A Private War

La nostra recensione del film con Rosamund Pike nei panni di Marie Colvin visto alla Festa del cinema di Roma
A Private War

Forse avrei potuto scegliere una vita normale, forse non ne sono capace”: è in questa frase che si racchiude tuta la potenza emotiva e visiva di A Private War. La vita di Marie Colvin non si svolge al ritmo cadenzato di eventi “normali”. Nessun matrimonio, niente battesimi, figli, anniversari, ma solo guerra. È il conflitto a scorrerle nelle vere, la ricerca della verità e il desiderio necessario di raccontare quell’orrore a cui molti danno le spalle e fanno finta di non vedere. Sri Lanka, Iraq, Siria: capitoli tinti di sangue di una vita coraggiosa, vissuta al limite e in nome di un giornalismo d’inchiesta che solo lei, donna forte, ostinata, fredda e parsimoniosa, avrebbe potuto affrontare. Marie Colvin potrà anche non vedere più da un occhio, nascondere dietro una benda nera una perdita fisica che le limita la vista, ma la disperazione, le atrocità a cui l’animo umano riesce ad arrivare, quelle le si palesano in maniera totale e in tutta la loro forza distruttrice. Affiancata da fotoreporter, colleghi, tecnici, la giornalista sa in realtà che il suo unico compagno di viaggio è l’angelo della morte. Silenzioso le sta vicino, le bisbiglia all’orecchio grida disperate e, orgoglioso del suo operato, le mostra la sua ultima creazione: corpi, scheletri, fantasmi di una società surclassata dall’odio e dall’animalità umana. Ci prova Marie ad impugnare una penna come se fosse una spada e affondare il proprio colpo al quadro che le si mostra davanti, ma nessuna parola potrà mai cancellare quanto la mano dell’uomo ha compiuto; allora, tanto vale raccontarlo.

In A Private War il regista Matthew Heineman raccoglie insieme, come preziose e sacre reliquie, le testimonianze della Colvin. Le unisce con cura e rispettoso omaggio, confezionando un film scevro di retorica o patetismi. Rosamund Pike (Orgoglio e Pregiudizio, Gone Girl, Hostiles) non si limita a interpretare la giornalista del The Sunday Times ma la studia, si lascia impossessare da questo scomodo personaggio, e con estrema cura reduplica – senza per questo cadere nella facile imitazione – il timbro della voce, la postura dritta e fiera, ma soprattutto i demoni interiori che dilaniavano la donna notte dopo notte. Lo spettacolo portato in scena sul teatro della guerra convive infatti in Marie ripetendosi in tante, terribili repliche. Chiusi gli occhi, i ricordi si ammantano di rosso, e i fantasmi di uomini e donne innocenti le fanno visita, risucchiandola in un vortice deflagrante e lancinante che il regista riesce a tradurre sullo schermo attraverso flashback e balzi temporali empaticamente d’effetto e montati sapientemente. Quello di A Private War è, a tutti gli effetti, un montaggio privo di linearità. Esso si ancora a un’esplosione temporale che lancia com schegge impazzite ricordi e flash-forward reduplicanti le deflagrazioni delle bombe che invadono lo schermo.

La visione di tali orrori non sarebbero sopportabili alla vista dello spettatore; ecco perché ci sono i reporter di guerra, intermediari indomiti che si fanno portavoce di realtà sconvolgenti e sconvolte. Una testimonianza che avvicina il mondo della Colvin a quello del regista. Proprio come la giornalista l’occhio della cinepresa racconta storie rendendole reali solo perché tradotte visivamente in immagini in movimento. Si tratta della stessa operazione di incarnazione della realtà che la Colvin compiva prima sul proprio taccuino, e poi sulle pagine di un quotidiano, lasciando al potere delle parole di sprigionare tutta la loro carica immaginifica, fino a radicalizzarsi nella testa del lettore e fargli vivere indirettamente l’incubo vissuto dall’autrice. Un’operazione creativa e dal forte impatto che Heinamen ha saputo cogliere, immortalando ciclicamente il personaggio della Pike intento ad affidare a dei pezzi di carta i propri pensieri testamentari.

A impreziosire ulteriormente una cartolina dura, capace di colpire al petto come un pugno ben assestato, è una fotografia prevalentemente fredda (come fredda e lucida deve essere la mente di coloro che si ritrovano sul campo) squarciata improvvisamente da colori caldi, ma non per questo rilassanti o sentimentalmente consolatoria. La guerra è rossa come il sangue, ocra come la sabbia, marrone come il terreno che si innalza a seguito di un’esplosione, e grigia come la polvere degli edifici che cadono. Una palette cromatica forgiata dal fuoco dell’inferno che il direttore della fotografia Robert Richardson (Kill Bill, Django Unchained, Shutter Island) ha saputo cospargere sulla “tela” in tutta la sua potenza mortifera e simbolicamente di distruzione.

A Private War è una lettera d’amore al giornalismo e al coraggio di Marie Colvin. Una missiva onesta, dura, che impressiona tanto da far volgere lo sguardo dello spettatore altrove. L’occhio della cinepresa sostituisce l’occhio mancante di Marie Colvin ridandoci con estrema sincerità gioie e dolori di una donna in tutta la sua umanità. Una donna capace di urlare al potere, affrontarlo, per poi rannicchiarsi come una bambina e urlare nel cuore della notte. Una donna che, per quanto avrebbe voluto, sapeva che quale fosse realmente il suo destino: raccontare fino a sacrificare la propria vita tra le macerie in Siria, le vite di coloro che non possono più parlare. Marie Colvin ridava a voce a chi la voce non ce l’aveva più, ecco perché il lavoro di sottrazione e di estrema attenzione verso il modo in cui la donna parlava compiuto dalla Pike è così importante. Grazie a lei e al regista, con A Private War non solo la guerra in senso tale, ma anche quella privata di Marie Colvin, donna  ribelle, libera, spavalda e a volte vittima dei suoi vizi, può essere raccontata.

8
  • Voto
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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