Above The Movie: Superman Lives – Cronaca di una morte annunciata

Il Quinto Appuntamento Della Nostra Rubrica è Dedicato A "Superman Lives", il film su Superman con Nicolas Cage che avrebbe dovuto dirigere Tim Burton...
Superman Lives

TRAVALICARE CONFINI

“E insomma…successe che qualche anno dopo andai al cinema con mia moglie…andammo a vedere un film che fin da subito mi sembrò strano…si chiamava Wild Wild West, con Will Smith. Mi godo il film bello tranquillo e sul finale ti vedo Kenneth Branagh ai comandi di un ragno gigantesco dal vago sapore cyberpunk. Nessuno nella sala si rese conto di nulla, ovviamente, ma io sapevo perfettamente da dove proveniva il progetto di quel ragno, e personalmente mi prese un groppo in gola. Poi mi calmai, e pensai che alla fine Dan era riuscito a portare su schermo il suo ragno Kryptoniano…anche se non esattamente nel modo in cui lui avrebbe voluto, ed era solo questo quello che contava. Fu una bella sensazione, ma ciò non toglie che in quegli anni la Warner finì per fregarci tutti e questo sarà dura farcelo passare”.

Quando a Kevin Smith si chiede di ricordare qualche dettaglio sulla lavorazione di Superman Lives, finisce sempre per evocare quel suo pomeriggio al cinema con la moglie ormai vecchio di una ventina d’anni. Non serve neanche chiedersi perché ripensi proprio a quegli istanti. È abbastanza chiaro che, durante quei secondi, Smith si è sentito per la prima volta nudo sul piano creativo, pienamente e profondamente defraudato del suo ruolo di mente organizzatrice di racconti da un’azione violenta della Warner che ha staccato la spina proprio quando tutti i reparti operativi alle spalle del film credevano che il peggio fosse passato. Sia chiaro che l’amarezza di Kevin Smith non è affatto la diretta conseguenza del tipico capriccio dell’artista che vede spegnersi un’opportunità lavorativa tra le mani (situazioni del genere ad Hollywood sono all’ordine del giorno e se quella di cui stiamo per parlare fosse stata una situazione ordinaria probabilmente avremmo speso il nostro tempo a fare altro) è piuttosto il sentimento di colui che si è appena reso conto che il confine estremo, il più importante, quello a cui non ci si dovrebbe mai avvicinare, la linea che separa i soldi, il capitale e dunque anche il gruppo che controlla un progetto, dall’intellighenzia, da chi, in buona sostanza, il progetto lo modella, lo crea, è stato appena superato. Se è vero che a garantire l’esistenza e la persistenza di questo sistema (il capitale, il potere forte mette i soldi, la mente creativa modella e crea), esiste il rapporto di reciproco guadagno che farà trarre vantaggi all’una e l’altra parte, ebbene questa è la storia di quando, in una fredda giornata del 1998, il capitale (la Warner Bros), ha scelto di travalicare il confine ed uccidere, letteralmente e nella maniera più violenta, la forza creativa, questa è la storia del film che ancora tormenta Tim Burton, questa è la storia di Superman Lives.

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I PRIMI INGRANAGGI SI MUOVONO

E’ ironico, quasi paradossale notare come il più grande fallimento creativo degli studi Warner nasca in realtà dal tentativo di sfruttare una delle più importanti onde lunghe di successo critico e finanziario della compagnia. Siamo agli inizi degli anni ’90, le teste pensanti ai piani alti della Warner sono evidentemente in striscia positiva e, dopo due belle prove di regia, hanno autonomamente deciso che Tim Burton (che in quegli anni è ancora TIM BURTON e non l’omuncolo mediocre con cui abbiamo fatto i conti negli ultimi dieci anni) è diventato il loro migliore amico. Sono anni strani, quelli, anni in cui la Warner sta provando a progettare da zero un filone dedicato ai cinecomic che sia stabile, coerente, di qualità e soprattutto duraturo. Per adesso, i test sono andati straordinariamente bene (mi riferisco a Batman e Batman Returns, i due bei film di zio Burton con cui si è tentato di lanciare il filone) ed ora, forse, è il momento di alzare la posta, forse è il momento di portare l’alieno di Krypton a giocare al tavolo dei grandi. Le premesse, almeno teoriche per attivare le operazioni in realtà ci sono tutte: Richard Lester prima e lo sconosciutissimo Sidney J. Furie poi, rispettivamente con Superman III e Superman IV, hanno semplicemente deciso che, dopo, i primi due bei progetti della saga diretti da Richard Donner, il connubio tra cinema e Uomo D’Acciaio non s’ha da fare e con gli episodi da loro guidati (dei veri e propri abomini sul piano della regia e della scrittura), scelgono di far compiere un Hara-Kiri rituale al kryptoniano. Da un lato dunque, c’è una fanbase costituita per la maggior parte da appassionati lettori delle storie di Superman che sono ancora in attesa di un qualche prodotto cinematografico che sia al passo con i tempi e che allo stesso tempo sia in grado di restituire su schermo in maniera dignitosa e spettacolare le avventure dell’Uomo D’Acciaio, dall’altro ci sono migliaia di pagine di storie che sembrano essere state scritte esattamente per una trasposizione cinematografica da milioni di dollari e che dunque quasi implorano di essere adattate per il cinema. In mezzo c’è lui, Tim Burton, uno dei personaggi della nostra storia e primo motore di quel meccanismo mortale che prenderà il nome di Superman Lives. I pezzi sono stati appena messi in campo, il primo colloquio introduttivo tra Burton ed i vertici della Warner, con il regista che firma il contratto e che riceve le prime istruzioni operative per muoversi, non è altro che il fischio dell’arbitro che dà inizio all’incontro, a noi questo punto, muti osservatori di una tragedia annunciata non resta che dire, con lui, “fuori i secondi!” e vedere come sono andate a finire le cose.

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IL PARADISO DELLO SCRITTORE

Se cercate qualche informazione su internet riguardo Superman Lives vi ritroverete davanti ad un sacco di articoli (più o meno ironici) che celebrano il film  come il primo ed unico cinecomic che avrebbe avuto come protagonista Nicolas Cage, che in quegli anni (un po’ come per Burton) non era ancora l’attore disperato che siamo stati abituati a conoscere, ma che, anzi, freschissimo vincitore di un Oscar si era guadagnato la fiducia del team creativo abbastanza da affidargli il ruolo di protagonista, e tuttavia, anche solo fermandoci qui, ci troviamo solo di fronte alla punta dell’iceberg, è più opportuno, a questo punto, scavare e vedere fin dove arriviamo.

L’aspetto più importante di Superman Lives in effetti, quello per cui questo film dovrebbe essere ricordato, risiede nel fatto che ci troviamo di fronte ad uno dei rarissimi casi in cui il Development Hell, (il periodo di progettazione del film in cui fondamentalmente non c’è nulla di certo e tutto può essere disattivato da un momento all’altro a causa della minima divergenza) è stato vissuto da tutti i personaggi coinvolti come una sorta di paradiso felice della libertà creativa. Ogni singolo sceneggiatore impegnato nello script, anche colui che venne ingaggiato solo per un breve periodo, magari solo per supervisionare i dialoghi di un paio di scene e fu subito messo da parte (la sceneggiatura passò dalle mani, tra gli altri, dell’uomo di fiducia di Burton, Wesley Strick, a quelle di Dan Gilroy, fino ad essere trattata anche da uno come Kevin Smith), si impegnò con tutto sé stesso nel progetto e soprattutto, anche coloro che alla fine vennero estromessi dal progetto continuarono a tenere viva una sorta di rete di comunicazione e consulenza sotterranea tra autori grazie alla quale poterono scambiarsi consigli, spunti e linee narrative con cui arricchire la storia. Tra l’altro, particolare da non sottovalutare, scorrendo i nomi dei vari sceneggiatori è abbastanza chiaro che a lavorare sullo script si sono avvicendati autori che sono prima di tutto appassionati lettori di fumetti (Kevin Smith in primis) e poi, solo poi, sceneggiatori professionisti, una circostanza, questa, che per certi versi, quasi rivoluziona l’approccio creativo al cinecomic utilizzato dall’industria dello spettacolo fino a questo momento. Conscia della situazione della fanbase a cui prima accennavo e con un gesto di strana lungimiranza, la Warner mette fondamentalmente a lavorare sul suo film coloro che sarebbero stati, comunque, i primi spettatori e giudici della pellicola, per evitare future beghe nelle rubriche di critica cinematografica direbbe qualcuno (perché un film scritto da un fan, difficilmente potrà scontentare altri fan) e tuttavia, concedendo allo studio il beneficio del dubbio, anche e soprattutto per creare un prodotto veramente “forte”, di peso, sia sul piano qualitativo e simbolico, un prodotto seriamente adatto a quel rilancio della saga che evidentemente tutti stavano aspettando. Gli ordini sono di mettersi al lavoro su del materiale che ricalchi la storyline a fumetti Death Of Superman, uno dei cicli più famosi dell’Uomo D’Acciaio, in cui Clark muore ucciso da Doomsday e torna in vita grazie ad una tuta Kryptoniana che gli dona nuovi poteri e gli rigenera i tessuti danneggiati. Stiamo parlando di un arco narrativo in cui c’è veramente di tutto, dalle metafore cristologiche alle sequenze spettacolari, da una riflessione sul ruolo dell’eroe nella società contemporanea, alla presenza di un villain capace forse per la prima volta di poter dare seriamente del filo da torcere all’Uomo D’Acciaio, provate solo ad immaginare la faccia di ogni sceneggiatore ingaggiato dalla Warner quando gli viene detto che può iniziare a scrivere l’adattamento di una delle storie a fumetti più belle mai concepite avendo tra l’altro carta bianca operativa, immaginate i lucciconi nei suoi occhi, immaginate il Vaso di Pandora di possibilità che si aprì nella writer’s room…Avete fatto? Bene perché probabilmente è esattamente in questo momento che le cose iniziarono a scricchiolare.

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COME TI RINNOVO L’UOMO D’ACCIAIO

E’ un film paradossale, Superman Lives, in molti modi, come abbiamo visto finora, ma forse anche perché, con il senno di poi, avrebbe potuto essere forse il primo cinecomic veramente di rottura per il mondo dell’intrattenimento, del tipo che con il tempo si sarebbe potuto dire che il film di Burton avrebbe funzionato come uno spartiacque per il modo di concepire il concetto di supereroe. Se numerosi sono stati gli autori impegnati nello script, ognuno in grado di arricchire la scrittura di particolari diversi, certo è che la sceneggiatura in sé è, per certi versi, una delle più eversive mai concepite da mente umana. Il senso di tutto è scrivere esattamente in bilico sull’abisso dell’eresia: si parte con l’introduzione di un villain inedito, Lexiac, entità nata dalla fusione dei tradizionali Lex Luthor e Brainiac e si continua con l’inserimento di un ipotetico prologo ambientato su Krypton che tra l’altro ricorda in maniera quantomeno sospetta l’inizio di Man Of Steel, poi però, qualcuno vuole alzare la posta in gioco ed inizia a giocare seriamente sul fuoco. Nella writer’s room comincia a svilupparsi l’idea che, curiosamente, Superman Lives non dovrebbe essere sviluppato come un film su Superman quanto piuttosto come un film su Clark Kent, alieno esiliato contro la sua volontà sulla Terra e quasi “costretto” a proteggerla per una spinta interiore che non riesce neanche lui a spiegarsi. E’ abbastanza chiaro a questo punto che divertirsi con le storyline, introdurre vari personaggi inediti è un conto, arrivare a mettere in dubbio, a tirare in causa, ad analizzare il ruolo di Clark Kent, è un’altra. L’uomo che si incarica di sviluppare questa nuova, promettente, caratterizzazione del Kryptoniano è Kevin Smith, che riesce a tratteggiare un Clark Kent straordinariamente umano, tormentato, dubbioso sulla sua identità e continuamente in preda alle insicurezze. Tra l’altro, facendo sue delle direttive che i responsabili della Warner avevano dato ai vari autori, Smith sarà anche colui che proverà a riscrivere da zero, la fenomenologia dell’eroe Superman, cercando, per quanto possibile, di organizzare i poteri dell’Uomo D’Acciaio attorno ad una base fisica che li caratterizzi per un certo realismo di fondo (ad esempio Superman non vola, nello script di Kevin Smith, fa solo dei salti molto lunghi con cui può percorrere lunghezze considerevoli in poco tempo). In questa situazione, con un ambiente narrativo fresco ed originale e con un Superman praticamente ricostruito da zero, si pensò bene di sfidare il destino, si pensò, in breve, di far entrare la Storia, o meglio un trauma registrato dalla Storia, all’interno della narrazione, ecco probabilmente è qui, che tutto si ruppe, quando ad uno degli sceneggiatori venne in mente di scrivere le scene dei funerali di Clark Kent utilizzando come base d’appoggio le sequenze delle esequie di Lady Diana, morta nei mesi in cui la scrittura era nel vivo.

Improvvisamente, proprio quando tutto era pronto ai blocchi di partenza e si credeva che la greenlight fosse questione di giorni, la Warner cominciò a far girare la notizia che il film non si sarebbe potuto più fare, perché i recenti fallimenti al box office dello studio non avrebbero potuto fornire il budget immenso necessario a portare sullo schermo tutti gli avvenimenti della sceneggiatura. Qualcuno, Tim Burton in primis ma anche Kevin Smith, accusa ancora, dopo anni, Joel Schumacher per questo fallimento e tuttavia, forse abbiamo qualche elemento in più per azzardare una nostra interpretazione sul perché le cose non siano andate come previsto.

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Lo si diceva poco fa, Superman Lives si presenta fin dal suo script come un film eversivo, nella misura in cui il team creativo alle sue spalle ha deciso di porre di fronte agli spettatori un Superman diverso da quello che finora sono stati abituati a conoscere, più maturo, tormentato, oscuro forse, costretto a confrontarsi con un contesto narrativo che per la prima volta, dopo anni, sembra averlo messo con le spalle al muro. Superman Lives nasce come una sfida al pubblico, solo che le sfide fanno male al mercato, perché il mercato vuole la sicurezza del guadagno, una sicurezza che solo un approccio tradizionale alla storia ed al suo protagonista possono dare, forse dunque, possiamo spingerci fino a dire che è proprio per questo, che la Warner decise di chiudere tutto, tagliando le gambe ad un progetto pericolo e limitandosi a riciclare gli elementi dello script in alcuni film successivi, come si è visto. Ora, a quasi vent’anni dal suo fallimento, Superman Lives può e deve essere ricordato come un monumento all’innovazione narrativa, e a tutti quegli artisti (sceneggiatori ma anche costumisti, scenografi e quant’altro) che provarono a costruire qualcosa di originale e rivoluzionario, nel tentativo di cambiare un mercato che probabilmente non vuole essere cambiato.

Alessio Baronci

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Un Commento
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    27 Agosto 2016 at 22:00
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