American Pastoral

La recensione del debutto alla regia di Ewan McGregor, basato sul romanzo Premio Pulitzer di Philip Roth
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Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Questa la chiave di volta dell’adattamento di American Pastoral, basato sul romanzo Premio Pulitzer firmato dall’immenso Philip Roth, per la regia di Ewan McGregor. L’attore e star di alcune tra le pellicole cult del cinema contemporaneo decide di puntare alto per il suo debutto dietro la macchina da presa, confrontandosi e scontrandosi con un capolavoro della letteratura, difficile da riportare sul grande schermo per mole di pagine e profondità di contenuti.

Siamo nel primo dopo guerra americano, un momento caratterizzato da puro ottimismo. Nel New Jersey vive il leggendario Svedese, nome di battesimo Seymour Levov, gloriosa ex stella del football trasformatasi in magnanimo uomo d’affari, circondato dal benessere e dall’amore dei familiari e della bellissima moglie, ex reginetta di bellezza. Nella sua oasi di pace in campagna, Seymour gode della sua esistenza praticamente perfetta, arricchita ancora di più dalla nascita di Mary. L’arrivo degli anni ’60 e delle prime contestazioni causate dalla Guerra del Vietnam, determineranno un cambiamento radicale nella tranquilla realtà cittadina di Levov, soprattutto in seguito a un terribile attentato durante il quale rimane vittima il postino del paese. Come una tempesta, le conseguenze drammatiche di questo atto violento distruggeranno tutti i sogni e le speranze dello Svedese, catapultato improvvisamente nell’incubo peggiore della sua vita di padre e marito devoto.

Attraversando lo sfondo caotico che ha visto la nascita, la fusione e la separazione tra due generazioni contrastanti, Philip Roth ci ha donato uno dei più autentici resoconti della società americana degli ultimi cinquant’anni, illuminando le zone d’ombra e le crepe causate da uno scontro insanabile tra due mondi opposti. Purtroppo, il confronto con un pilastro del genere non poteva che creare problemi al povero Ewan McGregor, che tenta con grande volontà e delicatezza un approccio globale, risultando però sempre mille passi indietro rispetto al punto di partenza.

Non potendo lontanamente arrivare alla caratterizzazione psicologia dei personaggi di Roth, l’attore/regista sceglie di percorrere la strada del racconto tradizionale, trasformando l’anima rivoluzionaria del libro in un classico viaggio attraverso le vicende di un uomo castigato, ma determinato a rimettere insieme i pezzi di un ideale ormai tramontato. Non si riesce a non provare tenerezza nei confronti di Ewan McGregor, nella doppia veste di regista/interprete, che si impegna nel confezionare un buon prodotto, confrontandosi senza timori con i propri limiti e avendo chiara l’impossibilità di combattere ad armi pari con la fonte d’ispirazione – conosciuta solo dopo aver letto la prima sceneggiatura del film.

Diverso il discorso per le due compagne di avventura, Jennifer Connelly e Dakota Fanning. La prima purtroppo brilla solo per l’evidente fascino che la contraddistingue, incapace di tradurre le infinite sfumature del suo personaggio, madre costantemente in bilico tra accettazione e rifiuto; la seconda non riesce a reggere il confronto né con le sue versioni da bambina – due giovani attrici che hanno dato prova di ammirabile talento -, né con la portata di Mary, cuore pulsante della pellicola e incarnazione della riflessione sopracitata che racchiude l’anima specifica dell’opera letteraria.

Complice anche una sceneggiatura non sempre compiuta, American Pastoral rimane troppo in superficie e non si impegna a sufficienza nello scavare e scuotere dove necessario. Ewan McGregor salva il suo esordio dall’annegamento grazie a una lucida analisi dei rischi, accontentandosi – ci auguriamo solo per ora – di una produzione lineare e canonica, che non punta oltre la sufficienza.

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Martina Amantis

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