Annientamento

La recensione dell'atteso film di Alex Garland, regista e sceneggiatore di Ex Machina
Annientamento

Penalizzato da una distribuzione alquanto ignorante e preoccupante (la pellicola sarebbe stata ritenuta troppo “intellettuale” dalla Paramount, e per evitare un possibile flop al botteghino, al di fuori degli Stati Uniti, Canada e Cina, della distribuzione se ne è occupata Netflix) finalmente possiamo godere anche noi del nuovo film di Alex Garland (Ex Machina).

Con Annientamento, Alex Garland si riconferma un grande sceneggiatore, prima di essere un grande regista: trasporta su schermo le già difficili e allucinanti parole dell’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer da cui la pellicola è tratta, e lo fa plasmando una storia cupa e tetra sin da primi minuti. Prima ancora che Natalie Portman si addentri nella famigerata Area X, il racconto sembra poggiare sempre su un’aurea finta, costruita a tavolino, diversa dal mondo che ci circonda e che è familiare a noi.

Quello che Annientamento racconta – almeno all’inizio – è un distacco emotivo straniante, un’atmosfera che decisamente crea disagio. Quando poi si entra finalmente nell’Area X, la sconcertante bellezza del “mondo” ricostruito da Garland ti svuota la mente, ma è una bellezza sbagliata, grottesca: strane composizioni floreali, cadaveri “artisticamente” smembrati, cerbiatti mutati e persone che si trasformano in piante. Come per il romanzo, anche qui i richiami principali sono i film di Tarkovskij, in primis sicuramente Solaris, come vari sono i richiami alle storie di Lovecraft, in particolare Alle montagne della follia citato nell’allucinante finale.

Quello che viene fuori da Annientamento è disturbante e angosciante, come in un moderno 2001: Odissea nello spazio, in una pellicola che lascia ampio spazio ad interpretazioni, destinata a far parlare di sè per un po’ di tempo.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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