Apostolo

Gareth Evans si da all'horror grazie a Netflix: ecco la recensione del suo nuovo film
Apostolo

Apostolo è probabilmente il primo film di genere prodotto da Netflix con la storia più compatta e coesa che una pellicola di questa portata potrebbe sognarsi di raccontare. E questo è già un ottimo punto di partenza. A dirigire l’horror con protagonista Dan Stevens (La Bella e la Bestia, Legion) c’è il regista Gareth Evans, un nome che ai più non dirà nulla, mentre ad un pubblico di nicchia farà scattare qualcosa: il gallese che ha introdotto le arti marziali indonesiane nel mondo del cinema con The Raid e il suo sequel di successo creando un vero e proprio cult nel genere che, ironicamente, viene definito “di menare”: cioè quei film fatti essenzialmente di botte.

Purtroppo bisogna chiarire che chi si aspettava un The Raid in salsa horror, rimarrà deluso, ma questo non dovrebbe scoraggiarvi: Evans con Apostolo dirige e scrive un film che al suo interno ha più generi e tutti coabitano pacificamente in quest’unico racconto, e ognuno di questi ha il suo momento esatto per mostrarsi. Apostolo è prima un racconto “umano”, di redenzione, una storia religiosa; poi diventa un horror ai limiti del soprannaturale, per poi ancora ritrasformarsi e diventare brutale, splatter, folle.

In questa sapiente gestione delle cose, Gareth Evans toccherà poche volte, e molto piano, le corde di quel genere che lo hanno reso famoso, mostrando – e non mostrando – che sa fare il suo lavoro (un modo di padroneggiare la camera a mano fenomenale). In appena due ore si crea un immaginario che non poteva soddisfare più di così, e se questa (dopo Hold the Dark) è la “collezione autunno/inverno” dei film di Netflix, non vediamo l’ora di vedere cos’altro ha in serbo la piattaforma.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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