Barriere

La nostra recensione del film diretto e interpretato da Denzel Washington, con Viola Davis e Mykelti Williamson
Barriere

Sono parecchie alte le barriere tra Troy Maxson e la sua famiglia: una carriera da giocatore di baseball andata in frantumi, due figli avuti da compagne diverse e quel vizio donnaiolo non ancora sopito. Come se non bastasse, siamo nella Pittsburgh degli anni 50 e per un uomo di colore come lui il cammino per l’emancipazione è parecchio lungo. Non sembra però così remoto per il figlio Cory, che spera di lasciare il padre padrone e poter intraprendere i sogni da quarterback.

Denzel Washington, regista e protagonista, porta sullo schermo la celebre pièce teatrale scritta da August Wilson nel 1983 e premiata con il Pulitzer. L’attore non è del tutto estraneo al tema, avendo già recitato nel medesimo ruolo a Broadway accanto a Viola Davis, qui di nuovo con lui per la trasposizione cinematografica. Lo spettacolo è stato un vero e proprio trionfo, aggiudicandosi i Tony Awards per gli interpreti. Le premesse sulla faccenda teatrale, benché appaiano noiose e didascaliche, sono d’obbligo per capire a pieno cosa stiamo vedendo. Washington non si sforza di adattare la pièce al grande schermo, ma trasferisce letteralmente, come un blocco di cemento, il palco dietro la macchina da presa. 

La sensazione che pervade tutto il film è quella di un gigantesco monologo a una voce in cui lo spettatore è messo sempre di fronte e mai nel mezzo dell’azione. Da manuale, A tal proposito, l’inizio della pellicola, o meglio, la disposizione scenica degli attori. Tutti frontali, per evitare i consueti impallamenti del gergo teatrale. Troy parla parla e parla con il suo accento tipicamente afroamericano e verrebbe a volte da applaudire, come se ci trovassimo in prima fila a New York. Barriere è un’opera sugli attori e per gli attori, bravissimi, ma forse un po’ troppo autocompiacenti.

Il dramma è infatti dietro l’angolo. Maxson senior è un uomo duro, dalla mentalità chiusa. È un uomo i cui sogni sono volati via come la palla da baseball lanciata all’ultima di campionato, ma mai tornata indietro per questioni non meglio specificate. Che sia stato troppo vecchio per il professionismo o che non sia stato bravo abbastanza, tutta la frustrazione si riversa nei rapporti con i famigliari, in particolar modo sulla moglie Rose, interpretata da una magistrale Viola Davis in odore di Oscar (praticamente certo). Proprio Rose è il motore dell’azione: lei mette a tacere il marito finito, lei mette a tacere l’estenuante soliloquio di Washington.

Barriere è un film delicato, a tratti tragico (come nel caso del fratello di Troy, Gabe, reso stupido dalla guerra), che sa conquistare grazie alle splendide prove dei suoi interpreti, e decisamente so black per le ambientazioni sociali e non. Esattamente come nella vita reale, il sipario cala sul lieto fine, ma è sempre a metà tra gioie e dolori.

Barriere
7
Barriere
  • Voto
    7
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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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