Black Panther

La nostra recensione di Black Panther, il cinecomic Marvel in arrivo il 14 febbraio
Black Panther

Nascosto nel cuore dell’Africa come un prezioso tesoro, il Wakanda nasconde un’enorme ricchezza in grado di renderlo un paese diverso dagli altri. Tanto diverso da portare i suoi sovrani a celarlo sotto una cupola, evitando così che occhi indiscreti possano posarsi sul prezioso vibranio. Tecnologicamente avanzati come nessun altro, il Wakanda dovrà scegliere che strada prendere: rimanere chiuso e isolato o aprirsi al mondo per condividere la propria tecnologia? In mezzo a questo bivio c’è T’Challa, sovrano eletto dopo la tragica morte del padre e costretto a prendere la decisione più difficile nella storia del suo regno. Una scelta che si farà ancora più dura quanto l’animo rivoluzionario di Erik Killmonger spingerà una frangia di wakandiani a cercare la rivoluzione, a sovvertire il potere regale per trasformare la loro nazione in una superpotenza in grado di governare il mondo intero.

Dopo aver esplorato una varietà di generi senza precedenti per un unico franchise, con Black Panther i Marvel Studios decidono di puntare verso il sociale. Quello di Ryan Coogler è senza dubbio un film pensato e costruito per incarnare lo spirito e l’orgoglio della comunità afroamericana con un’idea tanto precisa quanto, in parte, fuori fuoco. Portare un regista come Coogler all’interno del Marvel Cinematic Universe rappresenta sicuramente un punto di svolta per la componente tematica del film, quella già viste in Creed e Fruitvale Station, ma dall’altro lato penalizza la componente visiva e puramente tecnica del progetto. Coogler non è Waititi, non è un regista con una visione a 360° in grado di plasmare un film a sua immagine e somigliaza; è piuttosto un regista capace di inserire temi e situazioni all’interno di un mosaico più grande come quello del mondo Marvel.

Black Panther è esattamente questo: un cinecomic usato come mezzo per comunicare un messaggio più grande, un grido sociale mascherato da prodotto pop in cui si fa più volte riferimento alla politica USA o allo stato delle comunità nere negli Stati Uniti. Un messaggio incarnato dal villain di Michael B. Jordan, wakandiano abbandonato nel mondo esterno e cresciuto nella cattività del mondo che ci circonda. Un messaggio presente, ma che rischia spesso di schiacciare il resto del film, penalizzandone il lato puramente ludico. In Black Panther si ride poco insomma, si pensa piuttosto a scuotere gli animi con un appello che rischia però di non arrivare a tutti.

Black Panther
7
Black Panther
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Francesco Martino

Scrivo di cinema e faccio le pubblicità.
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