Bridget Jones’s Baby

La nostra recensione del film diretto da Sharon Maguire, con Renée Zellweger di nuovo nei panni della stralunata single inglese
Bridget Jones's Baby

Dal 2001, anno di uscita de Il Diario di Bridget Jones, sono successe molte cose. La prima, la più visibile, è il repentino cambio di connotati di Renée Zellweger. La seconda è strettamente collegata allo sviluppo del personaggio: la buffa single britannica sente il tic tac dell’orologio biologico e vuole inconsciamente (ma non troppo) un figlio. Sommate ora la fase squisitamente romana del ‘ndo cojo cojo alla proverbiale sbadataggine della malcapitata. Otterrete proprio Bridget Jones’s Baby.

Il film diretto da Sharon Maguire, che ritorna dopo l’esordio di 15 anni fa, è una commedia molto divertente e leggera, ma con un difetto nascosto: il target a cui la pellicola è dedicata. Se infatti ieri Bridget ha rappresentato lo stereotipo della donna goffa e sola non per scelta (come tutti i single, è ora di fare outing) in cui ognuna poteva identificarsi, oggi la stralunata eroina, lanciata verso la menopausa, deve fronteggiare una situazione molto dura, ignota, dolorosa e a volte elitaria. No, non la fila per l’iPhone 7. La maternità.

Il rischio più alto di Bridget Jones’s Baby è proprio questo, essere un film per zitelle. E lo è a metà perché a risolvere la questione ci pensano, fortunatamente, gag ben scritte – grazie soprattutto al tocco di Emma Thompson, qui anche nelle vesti del personaggio più riuscito – e un cast che fa il suo dovere. Su tutti, l’eleganza minimale di Colin Firth, un Mark Darcy redivivo che potrebbe essere introdotto dal“Certi amori non finiscono” di Vendittiana memoria. Dall’altra parte, invece, la sua nemesi Patrick Dempsey, nell’utopico ruolo da uomo bellissimo, ricchissimo e buonissimo, ha un enorme problema che affossa i pregi poc’anzi elencati. Per spiegare, mi avvalgo della clip sottostante.

Bridget Jones’s Baby scivola via in 122 minuti, nonostante un prologo al limite del patetico e qualche buco logico. Ad esempio, cosa ci fa un famoso miliardario da solo in un Festival di fricchettoni? E soprattutto, perché Dempsey pittura con devozione la camera del bambino e dopo un secondo dice alla Zellweger di andare a vivere in un’altra casa? Comunque sia, ci rendiamo conto che questo genere cinematografico ingloba automaticamente alcune licenze poetiche. E lo giustifichiamo. Così come potremmo giustificare un eccesso di espedienti ideati per strizzare l’occhio sia alle pellicole passate, e sia a quelle future. No, niente spoiler. Solo tanto fan service.

Riderete, riderete molto.

Bridget Jones's Baby
6
Bridget Jones's Baby
  • Voto
    6
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Claudia Bighi

Attrice e autrice, scrive per sdrammatizzare. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma rifiuta il rehab.
Un Commento
  • Marco
    15 ottobre 2016 at 11:40
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    Divertentissima recensione, complimenti a chi l’ha scritta e a tutto il sito. Marco

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