Bright

La recensione del nuovo film Netflix: dal regista di Suicide Squad David Ayer arrivano orchi e elfi in compagnia di Will Smith
Bright

Bright poteva essere prodotto solo da dei pazzi come Netflix: solo loro potevano dare 90 milioni di dollari in mano ad uno come David Ayer per fare un film dopo quel disastro di cinecomic che è stato Suicide Squad.

Eppure forse bastava solo un po’ di liberta creativa in più per fare un film riuscito di puro e sano intrattenimento: questo è Bright. Accompagnato anche da una buona sceneggiatura, quella di Max Landis (proprio il figlio del Landis dietro a “cosette” tipo Blues Brothers), David Ayer consegna ai nostri piccoli schermi – o grandi, dipende da dove lo vedete questo film – un mix di vari generi: Bright è un buddy movie mischiato col fantasy e condito con un po’ di violenza.

Il risultato? Un film giusto, senza pretese, d’intrattenimento. Certo, si porta con sè tutti i clichè del frullato letale di generi che fa, ma ci regala anche un incipit ambizioso e vivisamente interessante (la metafora del razzismo e dello scontro tra polizia e afroamericani nell’America di oggi traslata in un’America fittizia in cui le classi sociali sono sostituite da orchi, elfi, fatine, centauri e chi ne ha più ne metta. C’è anche un drago che vola libero nel cielo ad un certo punto del film) e un Joel Edgerton in stato di grazia con l’interpretazione dell’orco Nicholas Jakoby. In questa sorta di rifacimento fantasy del suo End Of Watch – Tolleranza Zero (con qualche risata in più, grazie a Will Smith), Bright si perde un po’ nel secondo atto del film rilassando forse troppo “il piede” che fino a qualche momento prima aveva tenuto incollato all’accelleratore della storia.

Nonostante qualche scivolone finale, ed una storia che forse poteva osare di più, Bright non è assolutamente “the single worst movie of 2017” come hanno scritto su Variety. Questo è accanimento terapeutico. Non è di certo Quarto Potere, ma è sicuramente una prova migliore di Suicide Squad.

Simbolo che forse, a volte, basta solo lasciare un po’ più di spazio agli autori dei film.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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