C’era una volta a… Hollywood – La Recensione

Quentin Tarantino torna nelle sale con il suo film più intimista, maturo e nostalgico...
C'era una volta a... Hollywood

Ce l’aveva quasi fatta ad abbandonare il Cinema per sempre, chiudendo una straordinaria carriera con il nono film. Noi, ingenui, c’avevamo pure creduto, aspettando con trepidazione C’era una volta a… Hollywood, eletto a sicuro atto finale della sua filmografia. Eppure, proprio grazie ad esso, abbiamo capito una cosa: Quentin Tarantino non appenderà mai la cinepresa al chiodo. Ha ancora troppo da dire.

Stranamente pacato, dai toni pastello, fiabesco, e intimista, C’era una volta a… Hollywood è un viaggio nostalgico nella Los Angeles 1969, un parco giochi edulcorato e inaccessibile che il piccolo Quentin – classe ’63 – ha potuto solo idealizzare nel corso della sua rinomata cinefilia.

Con un’atmosfera così soft e atipica rispetto alle precedenti opere, non stupiscono affatto le stroncature ricevute da una parte della critica e, soprattutto, dai fan puristi del pulp. Perché? Semplice. C’era una volta a… Hollywood è il film meno tarantiniano dei suoi, ma – paradossalmente – è proprio quello più vicino al cuore del regista. Un sincero omaggio alla Settima Arte da un cultore della Settima Arte. Un dialogo tra Dio e il devoto credente.

Tarantino, a quasi 30 anni da Le Iene, ha già dato sfogo alla ferocia estetica, al dialogo tagliente e memorabile. Non ha bisogno di usufruirne qui. È cresciuto, è maturato, si è invecchiato, anche, ed è giusto trovare un nuovo modo di raccontare una storia sospesa nel tempo, in un mondo che fu e che non potrà mai più essere. Il titolo è quindi indicativo: il C’era una volta, l’incipit di quelle fiabe che giungono sempre al lieto fine, non senza attraversare prima dolori e imprevisti.

Lo sanno bene Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente un attore in declino e la sua controfigura, due facce della stessa medaglia, così uniti dalla solitudine e così divisi da un approccio alla vita diametralmente opposto: Dalton recita la parte del duro sul set, eppure è fragile e insicuro; l’amico tuttofare Booth ha un aspetto più accomodante, con le camicette a fiori, eppure è aggressivo e ostracizzato. Tarantino non mette in scena la metafora del doppio, ma semplicemente la vita di due amici dietro lo schermo, oltre i riflettori, contrapponendoli a Sharon Tate (Margot Robbie), entusiasta per la sua ascesa professionale. Un’attrice che si emoziona ingenuamente guardando se stessa sullo schermo insieme al pubblico pagante; un’attrice che Charles Manson e la sua Famiglia ci hanno portato via troppo presto, e a cui il regista dedica un finale alternativo, cambiando nuovamente il corso degli eventi.

Il cast è in stato di grazia: DiCaprio è già iconico, di una bravura disarmante e Pitt recita in sottrazione, all’apice di una carriera che, ancora, non gli ha regalato premi attoriali.

Va tutto benissimo, le tre ore volano che è una bellezza. Un pregio che solo i grandi cineasti possono permettersi. E allora dov’è il problema? La delicatezza della narrazione è così soft da far rimpiangere, a tratti, il mordente che ha reso celebre Tarantino. Ma nel momento in cui finalmente esplode la violenza, essa diventa un momento grottesco incoerente e non necessario.

Gli eventi seguono un percorso abbastanza lineare, scorrono come una saponetta sul pavimento e la sensazione dello spettatore è quella di assistere ad un sogno che verrà presto dimenticato una volta aperti gli occhi. I dogmi tanto cari al regista ci sono tutti, dal feticismo dei piedi femminili, al citazionismo più sfrenato. E proprio per questo C’era una volta a… Hollywood appare veramente come un testamento dell’idea che Tarantino ha del cinema stesso, regalandoci la sua opera più matura.

Ora sarete sicuramente preoccupati, ma vi vogliamo rassicurare con un’affermazione banale: il film è bello, bellissimo. Non ci piace considerarlo la fine dell’era pulp tarantiniana, bensì l’inizio di una nuova fase della sua cinematografia. Più sentimentale e dilatata, certo. Ma pur sempre firmata da un genio chiamato Quentin Tarantino.


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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
Un Commento
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    paolo
    25 Agosto 2019 at 1:33
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    Bellissima recensione.Andrò di certo a vedere il film

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