Deadpool 2

La nostra recensione del tanto atteso secondo episodio del mercenario chiacchierone
Deadpool 2

Nel mondo del cinema il numero “2” non è solo un codice identificativo con cui riconoscere un film in termini di “sequel”; è una potenza, un canale moltiplicativo per mezzo del quale tutto ciò è comparso nel primo episodio – e ne ha decretato il successo – viene ora preso e raddoppiato. Dai personaggi, alla memorabilità delle battute, fino ai giochi temporali, tutto, grazie a quel “2”, è ora esposto a un gioco di duplicazione. Non sempre però è così, anzi. Gli intenti sono spesso delusi e il film nato per essere più bello, più intenso, più di tutto rispetto al suo predecessore, finisce per essere sterile anello di congiunzione tra l’incipit e l’explicit di una trilogia. Con Deadpool 2 vale il primo concetto.

Il film diretto da David Leitch non ha nulla da invidiare a ciò che lo ha preceduto, sia intertestualmente che in termini più generali di cinecomic. E allora eccola la potenza al doppio in tutto il suo fulgore. I pun, le battute dissacranti, la rottura della quarta parete, i camei, perfino i riferimenti cinefili provocatori e gli easter egg che tanto faranno esaltare i fan più attenti (senza per questo cadere nell’autocompiacimento, o nel facile “fan-service”) del primo Deadpool tornano come schegge pronte a colpire il cuore dello spettatore. Nessun sorriso forzato alla Joker sul volto del pubblico; solo risate apotropaiche e liberatorie in sala, suscitate da eventi e disgrazie infarcite da sarcasmo, che per quanto assurde, ci avvicinano a Wade Wilson non perché emblema di altruismo e salvezza, ma perché portavoce di quel lato violento da noi così tanto represso. Pur essendo una macchina che corre esterna al circuito dei Marvel Studios, anche Deadpool ha saputo assimilare gli insegnamenti dei suoi parenti lontani, amalgamando un’ilarità già del tutto sua, con un lato più introspettivo. Grazie all’introduzione di un personaggio come Cabel, (il cyborg mutante proveniente da un misterioso futuro e interpretato da un Josh Brolin che, reduce da Avengers: Infinity War, si può davvero dire in stato di grazia) la sceneggiatura a opera di Rhett Reese, Paul Wernick e dello stesso Reynolds,  riesce infatti ad amalgamare sapientemente cultura pop in tutte le sue stratificazioni, a un velo di dramma e senso di responsabilità in parte mancanti nel primo episodio. Sia ben chiaro, il mercenario chiacchierone non farà mai sua la massima “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” lasciata alla memoria dei posteri da colleghi di ben diversa caratura sociale; eppure una maturità aleggia nel corso del film, tanto da far maggiormente apprezzare tutti quei doppi-sensi e quelle uscite al limite del buonsenso che nel primo risultavano troppo ridondanti, proprio perché poco controbilanciati da una parte più “seriosa”. La regia di Leitch si allinea alle parole impresse sul copione, traducendo impeccabilmente in linguaggio visivo una storia che parodizza la sua stessa natura di film di supereroi. Al resto ci pensa un Ryan Reynolds che dietro la maschera del proprio personaggio riesce paradossalmente a raggiungere una capacità espressiva raramente conquistata altrove a volto scoperto. Geniale l’inserimento di un personaggio come Domino, interpretata ottimamente da Zazie Beetz (già vista e apprezzata in Atlanta). Nessun superpotere a ricamare la sua performance, solo una gran fortuna, che, diciamocelo, nel mondo di oggi è forse il potere a cui tutti noi aspiriamo di più. Nulla passa indenne al radar di Deadpool 2, nemmeno un prodotto innocente come Frozen, o la stessa carriera professionale di Reynolds. Gli stessi titoli di testa, con la colonna sonora di Celine Dion e un concept art che fa il verso a 007, non hanno paura di attaccare i miti fondanti la nostra memoria collettiva. Una memoria a cui lo stesso Deadpool, e con questo episodio più che mai, è pronto a entrare ormai di diritto.

8
  • Voto
    8
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FeaturedRecensioni
Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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