Diamanti grezzi – La Recensione

La recensione di Diamanti grezzi, il nuovo film dei Fratelli Safdie che, dopo il successo di Good Time, dirigono un assurdo Adam Sandler in vesti mai viste prima...
diamanti grezzi

Una bottiglia di Sprite scivola dalle mani di un Robert Pattinson biondo platino mentre viene arrestato, e finisce in una pozzanghera.L’inquadratura per un istante si concentra su quell’oggetto del desiderio contenente acidi e lsd disciolti. Tutto il resto in quell’attimo passava in secondo piano. Era la sequenza finale di Good Time dei Fratelli Safdie.

Ora invece c’è un’opale che dalle miniere dell’Etiopia arriva mesi dopo nascosto di contrabbando nello stomaco di un pesce direttamente sul bancone del gioielliere Howard Ratner: ed ecco un nuovo oggetto del desiderio, quello che brama Adam Sandler in Diamanti grezzi. Un film in lavorazione da oltre dieci anni, questo nuovo lavoro dei Fratelli Safdie, cucito addosso l’attore e a nessun altro, con in mente la medesima potenza drammatica che lo aveva caratterizzato in Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson. Un ruolo che appunto, per lo stesso Sandler, capita ogni 10-15 anni. Il momento è topico, come si suol dire, considerando che nello stesso anno di uscita di Diamanti grezzi, su Netflix Adam Sandler portava un film come Murder Mistery.

Così come in Good Time, i Fratelli Safdie in Diamanti grezzi (Uncut Gems in originale) costruiscono gli avvenimenti di nuovo attorno a questo oggetto del desiderio, ma stavolta non siamo di fronte a quel neo noir allucinato e iper veloce che era il film con Robert Pattinson. Non ci sono corse sotto i neon di un luna park chiuso. C’è sempre però quel ritmo narrativo ansiogeno, e la velocità stavolta è affidata alle battute, alle parole e alle discussioni dei personaggi. In questo calderone che ribolle di verosimiglianza (tra il giocatore di basket Kevin Garrett e il cantante The Weeknd che interpretano loro stessi) risulta davvero complicato seguire le varie linee del discorso. Quando parla Adam Sandler però, il racconto si assesta, il resto si ammutolisce e sono tutti lì ad ascoltarlo, caricando la storia di tensione. E quando smette di parlare ecco che di nuovo tutti quanti attorno a lui tornano ad urlarsi addosso.

Il climax sul finale in questo modo diventa tagliente, inscenato in una maniera che ricorda il flashback dedicato proprio alla bottiglia di Sprite in Good Time: siamo tornati all’oggetto del desiderio. Proprio come nel film con Robert Pattinson però, è un “McGuffin”, un misero mezzo attraverso il quale dare dinamicità alla trama: può essere una rapina in banca, un Furbi placcato in diamanti o un grottesco tatuaggio sulla coscia della bellissima Julia Fox.

Diamanti grezzi è tutto questo. È Adam Sandler che si fa spaccare il naso da un allibratore; è Adam Sandler che cerca di recuperare in tutti i modi questa opale; è lui che cerca di fare una rissa con The Weeknd. E questo è il cinema di Josh e Benny Safdie, un cinema semplice ma intinto nell’acido che conteneva quella famosa Sprite. Un cinema che ricorda quello di Martin Scorsese negli anni ’70, ma folle, più allucinato e “allucinogeno”. Forse non è un caso allora che a figurare tra i produttori di Diamanti grezzi vi sia proprio il padre della New Hollywood di quegli anni, quel Martin Scorsese. E allora non ci resta che salutare Josh e Benny Safdie per quelli che sono: i padri della New-New Hollywood.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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