Dogman

La recensione del nuovo film di Matteo Garrone, in concorso al Festival di Cannes
Dogman

Presentato a Cannes e in uscita giovedì 17 maggio, Dogman  segna il ritorno di Matteo Garrone dopo Il Racconto dei Racconti. Com’è andata? È andata bene, molto. Dieci minuti di applausi dopo la proiezione, meritatissimi. Il film rielabora la vera storia del “Canaro” e la trasporta dal 1988 ai giorni nostri. A onor del vero, la periferia che viene mostrata è un mondo talmente sospeso nel tempo che si capisce che il film non è ambientato negli anni ’80 quando si parla di euro e non di lire.

Premessa temporale e monetaria a parte: la storia è quello di Marcello (Marcello Fonte, bravissimo), che lava e asciuga cani di ogni taglia per lavoro. Dogman è il nome del suo negozio, accanto c’è un Compro-Oro, accanto ancora una Sala Scommesse con le slot machine. L’ambiente, se non si fosse capito, è quello di una periferia desolata, abbandonata a sé stessa, dove chi vive fa comunità contro un nemico comune, e il nemico va o abbattuto o esiliato.

La rovina di Marcello e della comunità sarà Simone, energumeno violento e arrogante che spacca e minaccia chiunque e qualunque cosa, uomini cani e slot machine. A interpretarlo è un Edoardo Pesce ormai lanciato verso il ruolo della bestia indomabile. Paurosamente bravo.

Il film è una storia di innocenza perduta. In un manuale di sceneggiatura, Blake Snyder consigliava agli autori di inserire sempre a inizio film, soprattutto in storie di anti-eroi, una scena “Save the cat!”: non importa quanto stronzo possa essere il protagonista, se salva un gatto o aiuta un bambino empatizzeremo con lui. Dogman ha diverse scene “Save the dog” (non temete, non è un film sulla violenza sugli animali), nelle quali Marcello ha un rapporto commovente con gli amici a quattro zampe.

Sfortunatamente per lui e per noi, l’oscurità è pronta a inghiottirlo un morso alla volta, una scelta sbagliata dietro l’altra. Nella prima metà del film si sale, nella seconda si scende, si precipita nell’abisso. Un film amaro, amarissimo, nero come la pece, fotografato con grande lucidità e diretto con una cura encomiabile.

Questo è il cinema italiano di cui andare fieri, non le olgettine che ballano al ralenti.

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Emanuele Paglialonga

Classe 1995, autore e sceneggiatore. Mi raccomando con questa cosa del cinema.
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