Fai bei sogni

La nostra recensione di Fai bei sogni di Marco Bellocchio, liberamente ispirato al bestseller di Massimo Gramellini
Fai bei sogni

Fai bei sogni di Marco Bellocchio si presenta come uno dei lavori più intimisti del regista, il risultato di una palese evoluzione che gli amanti del suo cinema non mancheranno di apprezzare. Si tratta di un’opera emblematica di tutto ciò che il romanzo di Massimo Gramellini avrebbe potuto essere e invece non è, malgrado le valanghe di copie vendute.

Torino, anni ’60. Massimo, Valerio Mastandrea in età adulta, conserva un rapporto eccezionale con sua mamma: uno stare insieme che implica la cura costante, lo scherzo, lo smarrimento e la condivisione. Purtroppo il bambino perderà quella figura, trascorrendo un’intera esistenza alla ricerca di qualcosa, forse una verità che gli è stata volontariamente taciuta. Lavorerà, incontrerà donne in grado di aiutarlo, chi più chi meno, ma saprà che il suo viaggio di comprensione sarà in solitaria. Marco Bellocchio è celebre per la sua continua riedizione: una passerella di attori, temi, ambientazioni, un tran-tran riciclato che stranamente fa goal. Per quanto si tratti di un’ossessione, quella del regista è un’ossessione catartica, un ricercare continuamente dei brandelli che forse in una proficua filmografia sono andati perduti e necessitano quindi nuova luce.

Fai bei sogni ha la capacità di lusingare lo spettatore, di fargli apparire una gabbia di chiaroscuri fotografici, narrativi e registici come unica alternativa al disfacimento. Il piccolo Massimo di rinchiude proprio in una gabbia, una scatola sigillata in cui solo il personaggio di Belfagor, amato da sua madre, può tenergli compagnia ed educarlo all’obbedienza: un occhio onnisciente, onnipresente, un obiettivo sempre puntato nei meandri di un cervello viziato dalla perdita. L’indagine di Bellocchio si stagna e attacca ferocemente proprio il senso della mancanza. Una mancanza che Massimo avverte anno dopo anno, senza tregua. Un dolore con cui si convive anche quando sembra che ci abbia abbandonato. Già i primi venti minuti sono talmente clamorosi da essere evidenziati. La delicatezza di Bellocchio trascende il patetico così come la tensione classica e si nutre di una tristezza trasparente eppure invisibile: l’angoscia di una madre, una straordinaria Barbara Ronchi, che sorride e muore allo stesso tempo, come se il sorridere, il ballare, il gioire con suo figlio le provocasse un sentimento di colpa.

L’Italia, la sua storia, l’universo in espansione che la comunicazione di massa ha generato, un potersi legare ad un persona anche fittizia perché si condivide la stesso passato nazionale. Bellocchio gioca proprio sull’importanza della memoria collettiva, tra calcio e Canzonissima, non solo come connessione tra i più ma in quanto collante di rapporti familiari, album fotografico dell’aver vissuto o condiviso qualcosa. Fai bei sogni è chiaramente la naturale prosecuzione di Vincere, La bella addormentata, Sangue del mio Sangue: un involucro soffocante, magari cucito volontariamente da qualcuno, in grado di far sanguinare tutta una vita.

 

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