Venezia 75: First Man

La recensione del film d'apertura di Venezia 75, con protagonista Ryan Gosling
First Man

Un filo rosso sembra unire le vite di Andrew Neman, Sebastian Wilder e Neil Armstrong. Un cordone ombelicale che nutre di ambizioni e sogni tre gemelli eterozigoti nati da un grembo cinematografico in continua riproduzione. Se i primi due rivelano, nella loro esistenza diegetica, una diretta rassomiglianza con il loro progenitore – Damien Chazelle – divenendone quasi proiezione filmica, con First Man Neil Armstrong vede il suo concepimento da uno spirito altro, la cui discendenza è da ritrovarsi nella vita reale e nel genere biopic.

Con la sua ultima opera il regista 33enne porta avanti la propria indagine sui desideri più atavici di successo umano e lo fa con un cinema di poesia prosciugato di retorica, alternando soggettive dal forte impatto empatico, a inquadrature dinamiche e ben studiate (in primis quella iniziale), intensificanti l’umore che domina una tale scena. Neil Armstrong è dunque l’ultimo portavoce di una galleria audio-visiva di desideri che barattano aspetti della propria vita con il successo. Con First Man, cioè, Chazelle fa della propria MDP testimone privilegiata di un ballo eseguito non più tra le stelle come in La La Land, bensì sul suolo lunare, per poi cogliere, oggettivamente e senza interpunzioni retoriche, la caduta del protagonista verso il mondo reale.

Perché a dare il via all’ascesa verso il cielo è in realtà l’inferno della Terra. La morte della piccola Karen è l’apripista di una scia di funerali che si ripetono a intervalli regolari, e nella loro reiterazione finiscono per tramutarsi nella benzina di una navicella spaziale pronta a conquistare lo spazio. L’evento funesto come motore di accensione delle proprie ambizioni. Non più l’amore (La La Land) o la musica (Whiplash). E come nelle due opere precedenti, anche questa volta (seppur in maniera alquanto edulcorata) è il legame con la propria famiglia a essere sacrificato per primo dinnanzi al tempio del dovere e della chiamata della fama. Un’immolazione sentimentale che Chazelle ha saputo ancora una volta raccontare senza orpelli ma in maniera verosimile, di facile identificazione, seppur sacrificando quella cattiveria e quel sarcasmo che tanto accomunavano le sue creature precedenti.

L’essere il primo uomo in tutto – in famiglia che al lavoro – e il voler creare una barriera per salvaguardare la moglie e i figli da un’eventuale tragedia, è ben svelata visivamente per mezzo di continui primi piani e piani medi. La ristrettezza delle inquadrature sono il mezzo viatico con cui comunicare – acuendolo – il senso di isolamento di Neil. Lo stesso dialogo con i figli prima della partenza è resa con distanze amplificate a separare i tre sia fisicamente che emotivamente, con tanto di botte e risposte verbali concepite nella loro freddezza come una conferenza stampa.

I toni cupi, quasi claustrofobici di Whiplash prima, e quelli colorati e fiabeschi di La La Land dopo, lasciano spazio a una fotografia vintage pronta a illudere lo spettatore di assistere in diretta allo svolgersi delle imprese di Neil Armstrong su uno schermo televisivo degli anni Sessanta. Danzavano Sebastian e Mia sulle note di una canzone jazz improvvisata, proprio come imprevedibile è la vita; sbatteva con fragore sanguineo le proprie bacchette sulla batteria Andrew, quasi per esorcizzare la paura della propria mediocrità. Neil Armstrong guarda verso il cielo; è suo lo spettacolo più trasognante, la sfumatura più infinita e accesa dell’ambizione.

L’ineccepibilità della regia di Chazelle, capace di passare con disinvoltura da movimenti sincopatici e ritmati a riprese in handycam che tanto devono all’operato di Terrence Malick, finiscono per rendere la seppur ottima interpretazione di Ryan Gosling niente più che una cornice preziosa di un quadro perfettamente eseguito. A dare il tocco finale è stato invece Justin Hurwitz, le cui musiche si adattano perfettamente alle emozioni sullo schermo, rivelando sfumature e piccolezze emotive non sempre facili a cogliere (e soprattutto da tradurre mimicamente)..

Volti simulacri di più sconfitte e agognati successi, una macchina da presa (psico)analitica che pedina il protagonista, lo controlla, lo giudica espellendolo per poi reintegrarlo, e una musica dalle mille melodie fanno di First Man un film da amare “to the moon and back”. Eppure se avesse osato un pochino di più, integrando la propria storia con quella realistica criticità verso i sogni ambiziosi dell’essere umano, First Man sarebbe stato davvero perfetto.

first man
8
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  • Voto
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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