Franny

L'opera prima di Andrew Renzi manca di originalità e affida al talento di Richard Gere la profondità delle intenzioni
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Filadelfia, una grande casa fuori città immersa nei colori dell’autunno, la felicità di una famiglia allargata che affonda le proprie radici in un’amicizia lunga una vita. Il miliardario ed espansivo Franny vive in questo quadro perfetto fino ad un terribile incidente dal quale uscirà profondamente ferito nel corpo e nell’anima, un trauma che lo catapulterà nella solitudine più profonda alimentata da una taciuta responsabilità.

Il regista Andrew Renzi arriva alla suo primo lungometraggio indipendente con una carriera sicuramente acerba, – fatta solo di corti e documentari – arricchita da un bagaglio personale molto pesante che confluisce interamente nella sceneggiatura originale di Franny, titolo ripreso dal nome del suo protagonista interpretato da Richard Gere. Una storia pensata, scritta e modificata a più riprese, sulla quale è intervenuto lo stesso attore, al fine di colorare la pellicola con le variegate sfumature della natura umana, sempre in bilico tra il dolore e la gioia, la conquista e la perdita, il desiderio di ripresa e la staticità della sofferenza.

La mancata esperienza sul set condiziona inesorabilmente la riuscita del film, interamente affidata al talento di Richard Gere: attraverso la sua prorompente fisicità e il suo sguardo così malinconico, riesce infatti a plasmare un personaggio estremo, intrappolato nel senso di colpa e nella dipendenza da morfina. Un ruolo difficile, un colpo di fulmine per l’attore, che ha portato sul grande schermo lo specchio degli innumerevoli ostacoli dell’esistenza, immaginando la propria creatura come un contemporaneo Hernest Hemingway, immerso in una vasca da bagno all’apice della sua decadenza.

L’impalcatura alla base di un buon prodotto non può reggersi solo sulla bravura del proprio protagonista, tanto che la centralità di Franny finisce per oscurare tutto il resto. Nella dinamica di riscatto che il benefattore instaura con la sua ritrovata nipote acquisita e il compagno, non spicca nessun altro volto se non il suo, non rimane nessun margine d’azione al di là della ingombrante presenza, vivacizzata da uno spiccato humor nero. Completamente non pervenuta l’interpretazione di Dakota Fanning, marginale e di poco spessore nonostante se ne percepisca l’importanza, rimasta purtroppo solo ideale.

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Martina Amantis

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