Ghost in the Shell

Nel futuro la linea che separa uomini e macchine è sempre meno definita: la recensione di Ghost in the Shell, tratto dal manga culto di Masamune Shirow
Ghost in the shell

In una delle sequenze d’apertura che illustra i titoli della nuova versione, americana, di Ghost in The Shell, il corpo artificiale di Scarlett Johansson si trova immerso in un denso liquido bianco e perlaceo. Citando una delle scene del film d’animazione del 1995, Rupert Sanders ha senza troppi problemi posto la sua firma sul film ricordandoci da dove arriva: da quella Charlize Theron ossessionata dalla bellezza che si immergeva in una vasca di candido latte digitale in Biancaneve e il Cacciatore.

Da qui ad adattare uno dei capolavori e dei fenomeni di culto dell’animazione giapponese è un bel salto, quasi mortale, che il regista sembra non aver avuto paura di affrontare. Parliamoci chiaro, se siete quel tipo di fan puristi che trattano il materiale di partenza di un determinato adattamento come la Bibbia del più fervente predicatore cattolico questo film non fa per voi. Questa nuova versione americana di Ghost in the Shell ha un solo obiettivo, implementare un universo e delle suggestioni prese dal franchise originale presentandosi al grande pubblico come un blockbuster. Forse lo fa mascherandosi, ma gli elementi ci sono tutti, a partire da un impoverimento dei contenuti filosofici, e profetici, presentati nel manga e nel film originale.

Meno ermetico e con una struttura narrativa più lineare, questa nuova incarnazione della serie opta per una mano tesa allo spettatore: vietato perdersi, come poteva facilmente accadere nel vecchio film, vietato porsi troppe domande. Rupert Sanders opta per un noir ad alto budget dall’impatto visivo emozionante per i cultori del genere. Non c’è nulla di nuovo o di particolarmente originale sul lato estetico, ma tutto quello a cui assistiamo poggia su un impatto scenografico notevole e intriso di tradizione. C’è quella dell’anime originale, citato nelle scene chiave alla perfezione, e quella del filone fantascientifico cinematografico (che passa per Blade Runner, Terminator, tocca Matrix e torna dove tutto era cominciato, proprio al vecchio Ghost in the Shell).

Scarlett Johansson porta una nuova versione della Makoto originale, perfettamente calata ormai nella parte della donna bionica (un assaggio lo avevamo avuto in Her, Under the Skin e Lucy) in grado di aggiungere qualcosa di più rispetto al disegno da cui trae ispirazione. È inevitabilmente lei al centro della riuscita della pellicola, con il suo corpo prostetico e conturbante, un guscio di silicio che nasconde al suo interno un’anima fragile e meno spietata di quella che il suo personaggio vorrebbe far apparire. Con un finale che sembra virare verso la creazione di un franchise cinematografico, questo nuovo Ghost in the Shell non si pone come un upgrade dell’opera originale, ma piuttosto come un nuovo guscio dove ospitare stile ed elementi che all’epoca fecero la storia. C’è da chiedersi piuttosto quanto, a fronte di una realtà che vive di tecnologia e connessione, ha ancora senso cullarsi in un cyberpunk che è sempre meno ipotetico futuro, ma inquietante presente. Su questo, il film di Sanders offre una risposta molto più banale rispetto alla pesante etichetta che il film porta con sé. Uno sforzo maggiore in questa direzione, e un ritmo leggermente meno lineare, avrebbero sicuramente giovato a un’opera godibilissima ma non destinata a cambiare il genere, poiché congelata in un futuro che oggi è ormai anacronistico.

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