High Flying Bird

La recensione del nuovo film Netflix di Steven Soderbergh sul mondo del NBA
High Flying Bird

Steven Soderbergh continua a lavorare come un matto, e dopo Unsane, rimane su questa filosofia del “less is more” girando per Netflix High Flying Bird con un iPhone 8 e in sole tre settimane. Un dramma sul mondo del basket e del NBA, o ancora meglio, del gioco dietro il gioco: il business.

High Flying Bird vorrebbe avere la sagacia e la scrittura di Adam McKay o di Aaron Sorkin, ma la sceneggiatura di Tarell Alvin McCraney (premio Oscar per Moonlight) è solo un – fin troppo – lungo trattato di metafore politiche, attacchi al capitalismo e paroloni che annoiano fin da subito. Nel mentre, Soderbergh ci infila dentro anche vere interviste ai rookie del mondo del basket per rendere il tutto più meta e vero, ma finisce solo per rendere il film ancora più confuso. Certo, i giochi di luci delle riprese col telefono danno quel tocco classico dei suoi film (e c’è anche un netto miglioramento rispetto ad Unsane che invece era stato girato con un iPhone 7), e Soderbergh si permette anche un plot twist finale degno di Ocean’s, ma la carne sul fuoco è ben poca e neanche le intepretazioni di Andrè Holland e Zazie Beetz possono salvarci dalla noia.

La cosa migliore? Il film dura solo un’ora e mezza.

High Flying Bird
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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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