Honey Boy – La Recensione

Il cinema intrattiene, il cinema commuove, rallegra, mette paura, ma il cinema può anche esorcizzare una paura, un ricordo, un’infanzia sofferta, tolta, mal vissuta. In lui scorre silente un...
Honey Boy

Il cinema intrattiene, il cinema commuove, rallegra, mette paura, ma il cinema può anche esorcizzare una paura, un ricordo, un’infanzia sofferta, tolta, mal vissuta. In lui scorre silente un potere catartico che Shia LaBeouf fa suo, lo assimila per dar forma – e così finalmente liberarsi – a fantasmi di un passato che albergano ancora nella sua anima, soffocandolo, e condizionandone il proprio presente tra denunce, dipendenze, atteggiamenti bizzarri. Con Honey Boy l’attore si mette dunque davanti alla scrivania, apre il proprio computer per tradurre in parole la propria infanzia, il rapporto difficile con un padre spesso violento, confessandosi in un dialogo tra il proprio essere del passato e quello del presente, riflesso perfetto di una figura paterna ora pronta a sbiadire.

Presentato in anteprima nazionale alla Festa del cinema di Roma (dopo essere passato a Toronto e al London Film Festival) Honey Boy vede il suo sceneggiatore Shia LaBeouf con un look alla David Foster Wallace nei panni del padre qui rinominato James Lort, Lucas Hedges in quelli di Otis adulto, mentre il giovane (e già talentuoso, come dimostrato in Le Mans ’66) Noah Jupe in quelli di Otis dodicenne. Il film è una risposta positiva all’estrema richiesta di aiuto scritta su schermi catartici. Fortemente richiamante lo stile di Andrea Arnold, la macchina da presa di Alma Har’el lascia liberi di muoversi e sondare il terreno circostante i propri protagonisti, commettere errori, fumare, schiantarsi con le proprie macchine di lusso, entrare in una clinica di disintossicazione e da lì ripartire.

Con uno sguardo a metà strada tra il sarcastico e la dolce compassione, i protagonisti sono colti sullo schermo mai soli, quando soli lo sono veramente. Vige per tutto lo scorrere della pellicola un senso di solitudine. I personaggi si stagliano dinnanzi alla cinepresa come parte di un gruppo, ma in realtà sono totalmente soli e abbandonati. Un alone di tristezza mai banale, o forzato, aleggia sulla scena, enfatizzato dalle ottime perfomance attoriali di un cast in stato di grazia e, soprattutto, da un gigantesco Shia LaBeouf. Si sente in lui la voglia di dar vita al proprio padre per liberarsi dalla sua figura imponente e soffocante oppressione che lo ossessiona. In ogni suo gesto, o più impercettibile sguardo, un alito disperato di raccontarsi avvolge lo schermo, colpendo al cuore pubblico.

Ma a chi è destinato l’arduo compito di dar forma a emozioni e turbamenti presenti, accettando e superando la sfida con ammirevole abilità, è Lucas Hedges. È a lui, interprete perfetto di anime combattute e lacerate (Manchester by the Sea, Boy Erased) che viene richiesto di dar vita alle conseguenze di azioni altrui, incontri, sbagli ed eventi vissuti dal suo piccolo sé. Risultati di un circolo vizioso impossibile da fermare, se le azioni di Otis adulto sono figlie dirette di dolori e sopportazioni interiorizzate e poco assimilate dalla sua versione pre-adolescenziale, è l’Otis piccolo a farsi scudo e raccoglitore di abusi e infanzie perdute, portando in scena con invidiabile maestria gioie e dolori intente a segnare il proprio accidentato destino.

È un gioco meta-esistenziale Honey Boy: se il cinema è in grado di parlare di vite altrui con vari e svariati biopic, con il proprio film Alma Har’el porta in scena la vita fatta cinema. La Settima Arte diventa così ancor più reale del reale, rendendo tangibili le lacrime che scorrono sulle guance del piccolo Otis, il fumo che esce dalla bocca di James, e le urla con cui si tenta di vomitare, liberandosene, pesi e sofferenze.

Seduta psicanalitica in sedici-noni, trasposizione visiva del diario in cui trascrivere il rapporto difficile con il padre, Honey Boy è un saggio sul crescere sotto le luci dei riflettori, ma all’ombra di abusi, botte e troppi pochi abbracci.

Non c’è nessuna richiesta di pietà o commiserazione da parte di Shia LaBeouf; il Wonder Boy di Hollywood, lanciato con Even Stevens su Disney Channel (a cui le camicie indossate dal piccolo Otis sul set non possono che rimandare) e osannato dal franchise di Transformers, conosce i propri limiti, i propri sbagli, le proprie dipendenze. Con Honey Boy e la complicità registica di Alma Har’el tenta di scovare il nucleo del problema, la sua fonte di origine, confessandosi e aprendosi a 360° con il proprio pubblico. Il risultato è un film tenero, commovente, onesto. Un film da non perdere.   

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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