Human Flow

La nostra recensione del documentario del regista cinese Ai Weiwei, dal 02 ottobre al cinema
human flow

Affrontare tematiche delicate, come quella dell’immigrazione, non è cosa facile: il rischio di farsi numerosi nemici o di passare per “buonista” è sempre dietro l’angolo. Con Human Flow Ai Weiwei, regista cinese e ambasciatore di Amnesty International, si prende questa responsabilità, condensando in sole due ore una realtà che la televisione e i notiziari, negli ultimi anni, non sono stati capaci di raccontare.

La pellicola si apre con lo sbarco degli immigrati in Grecia, ma l’arrivo è soltanto il punto di partenza per tornare indietro, per scoprire le peripezie, le difficoltà e le motivazioni che hanno spinto questa gente a lasciare la propria terra di origine: carestie, guerre, persecuzioni e calamità naturali. Dalla Grecia all’Afghanistan, dal Bangladesh alla Francia, passando per Iraq, Germania, Italia e Messico (più di 23 Paese coinvolti), Weiwei ci porta nei diversi campi profughi, spesso circondati da barriere di filo spinato, mostrandoci le precarie condizioni igieniche, la violenza con cui vengono trattati e i pericoli delle traversate oceaniche, talvolta accompagnandoli nei loro percorsi. Ne emerge un quadro tragico, la cui entità è resa magnificamente attraverso inquadrature gigantesche dall’alto che riprendono questi flussi di esseri umani in tutta la loro incommensurabilità, quasi a sembrare formiche, accompagnati dai bellissimi panorami del nostro Pianeta.

Alle inquadrature spettacolari e ai virtuosismi di camera, Ai Weiwei alterna riprese con il proprio cellulare e momenti dal dietro le quinte, riuscendo a cogliere gli attimi più spontanei e naturali senza cadere nell’eccessivo sentimentalismo: lacrime, rabbia, disperazione, la spensieratezza dei bambini. Non mancano, inoltre, le sue incursioni all’interno della pellicola, quasi a voler dire di essere andato in quei luoghi più in veste di testimone che di regista, camminando egli stesso tra i resti di città colpite dai bombardamenti e attraversando zone di guerra.

Oltre a incantare la vista con scorci di crude realtà, ma d’inaudita bellezza a livello artistico, Human Flow colpisce anche la ragione dello spettatore, con statistiche, poesie e informazioni che riempiono le immagini, seguite da interviste alle autorità delle organizzazioni coinvolte.

Raccontare numerosi esodi, però, non ha giovato molto alla pellicola: il voler riprendere tutto e scartare poco le conferiscono sì autenticità, ma anche scarso ritmo. Forse l’unica pecca di un film il cui impatto visivo è innegabile.

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