Hunger Games: Il Canto della Rivolta parte 2

La nostra recensione dell'ultimo capitolo di Hunger Games
Hunger Games

Nonostante una qualità generale non sempre all’altezza, la saga di Hunger Games ha sempre avuto un’esposizione mediatica degna del miglior prodotto dell’industria cinematografica. Una contraddizione che trova la sua spiegazione nella protagonista dei film, quella Jennifer Lawrence entrata da volto poco conosciuto ed uscita come colei che il peso della saga se l’è dovuto caricare sulle spalle. Può succedere, però, che nonostante la bravura dell’attore non sempre questa formula funzioni, e che l’inadeguatezza del film sia tanta da schiacciare anche il più dotato degli interpreti.

Nella seconda parte di Hunger Games: Il Canto della Rivolta la saga prova a fare il definitivo salto di qualità, chiudendo un cerchio iniziato tre anni fa e portato avanti ad un ritmo serratissimo, nel terrore che la fama della sua star potesse svanire o che la moda del romanzo young adult potesse passare ad un altro titolo, rendendo così debole un franchise baciato dalla fortuna di un ottimo casting.

Il problema di questo quarto film è proprio la paura e la fretta di finire, quelle che pervadono l’intera pellicola e che non le permettono di essere qualcosa di più di un buon film per ragazzi. La divisione dell’ultimo libro in due parti (qui Harry Potter ha fatto scuola) ha tanto svantaggiato il terzo capitolo, che era lento e vuoto, quanto avvantaggiato quest’ultimo, tanto pieno d’azione e di avvenimenti da riuscire a confondere lo spettatore con i suoi continui cambi di scena e di situazione. Il problema si presenta però quando il film viene posto davanti ad un pubblico più esigente, che non riesce ad accontentarsi di due ore di esplosioni e di pesanti triangoli amorosi, ma che vorrebbe veder sfruttate le molteplici occasioni che il film presenta. Perché è innegabile che il film presenti alcuni spunti interessanti, degni di essere approfonditi, ma che vengono abbandonati per strada in favore di una narrazione tradizionale e pavida, che preferisce rintanarsi nel suo nido da film di genere piuttosto che provare ad aprirsi come dovrebbe. Un problema che si presenta soprattutto nell’ultimo atto del film, quando, esaurita l’eccitazione derivata dall’edizione “urbana” degli Hunger Games, il film si assesta su un ritmo più lento, cercando di rimettere insieme i pezzi della rivoluzione e mostrando i veri volti di alcuni dei personaggi, senza però voler andare oltre al classico colpo di scena e preferendo rimanere ad una distanza di sicurezza da alcuni temi.

Se da una parte c’è il dispiacere per un film che ha gettato al vento le proprie possibilità, dall’altro c’è il sollievo per una saga che è arrivata al termine nel momento peggiore del suo percorso, quando anche la sua stella di punta appariva svogliata e poco motivata su schermo. Quello che resta è un film di intrattenimento fatto con mestiere, che si attesta sui livelli già noti al franchise, ma che sicuramente non si farà rimpiangere come fatto da altre saghe dello stesso genere.

 

7
  • Voto
    7
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Francesco Martino

Scrivo di cinema e faccio le pubblicità.
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