I fantasmi d’Ismael

La recensione del film d'apertura della 70ª edizione del Festival di Cannes
I fantasmi dIsmael

I fantasmi d’Ismael, film d’apertura della scorsa edizione del Festival di Cannes, è stato accolto tiepidamente dagli spettatori della Croisette.

Presumibilmente, è solo dopo averlo visto che si può comprendere, o quantomeno immaginare, il motivo di tale reazione. L’opera di Arnaud Desplechin sembra, infatti, voler sfuggire alla limitante definizione “è solo un film” per accedere a quella più ampia e meno praticata, riassumibile nella frase “sono tanti, diversi, bizzarri film uno dentro l’altro”. Questi si susseguono, si intrecciano e si rincorrono lasciando lo spettatore sorpreso e – ora si può capire il perché della reazione a Cannes – senza parole.

Tentando di sbrogliare l’opera dal suo stesso groviglio, emerge chiaramente la presenza di una trama portante e di una sotto-trama principale. La prima narra le vicende di un regista che, dopo vent’anni di silenzi e dubbi, deve affrontare il ritorno della moglie e tutte le conseguenze che l’accaduto avrà sulla sua vita. La seconda, invece, mostra le immagini del film che il regista-protagonista è in procinto di girare, un poliziesco ispirato alla misteriosa esistenza del fratello.

Se la trama non dovesse risultare di per sé strutturalmente complessa, intervengono i continui e repentini cambiamenti di tono, di regime stilistico e di genere cinematografico, che scandiscono I fantasmi d’Ismael secondo una logica tutta loro e che trovano la propria ragione d’essere non in un rapporto di funzionalità con la vicenda ma, al contrario, nella conflittualità che generano con essa.

Di fronte a un simile spettacolo, arricchito anche da rimandi ai film precedenti del regista e da citazioni e riferimenti letterari, lo spettatore ha due possibilità principali: stare al gioco e godersi questo mosaico volutamente confusionario di situazioni e temi, oppure rifiutarlo radicalmente. Nel primo caso, lo sforzo per la sospensione del giudizio verrà ripagato dal piacere di una visione che, sebbene quanto precedentemente detto, mostra le evidenti tracce di un’arista consapevole del proprio progetto, divertitosi a giocare rispettosamente con l’arte cinematografica. Nel secondo caso, ne I fantasmi d’Ismael sembrerà prevalere la componente del disordine e della mancanza apparente di un criterio, elementi questi che mineranno completamente l’apprezzamento dello spettacolo.

Al di là della scelta presa al momento di entrare in sala, le interpretazioni degli attori – tra i quali  anche Marion Cotillard e Louis Garrel – contribuiranno a rendere credibile una storia che certamente non fa della plausibilità il suo punto di forza.

Inoltre, in entrambi i suddetti casi, difficilmente il film risulterà presuntuoso e dunque sgradevole, poiché I fantasmi d’Ismael si prende sul serio nella misura in cui lo fa lo spettatore e si diverte a definirsi in un modo per poi, un attimo dopo, mettersi da solo in ridicolo.

7
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    7
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