Il Cardellino – La Recensione

Disponibile online Il cardellino, adattamento del romanzo di Donna Tartt con Ansel Elgort. Qui la nostra recensione....
Il cardellino

800 pagine sono difficili da trasporre sullo schermo. Se poi dietro ogni parola imbevuta di inchiostro si cela un mondo interiore dilaniato e colmo di rimorsi, pentimenti e sensi di colpa, la difficoltà di riportare ogni singola sfumatura diventa un percorso a ostacoli che solo i folli e gli uomini dominati dall’immaginazione possono compiere con coraggio e audacia. E Il Cardellino, romanzo che nel 2014 regala alla sua autrice Donna Tartt il premio Pulitzer, è una giostra di emozioni a volte difficili da ammaestrare, figuriamoci tradurre in pellicola cinematografica.

John Crowley, già regista di Brooklyn e dell’ottimo (ma poco conosciuto) Boy A aveva tutte le carte in regola per riuscire nell’impresa. Entra sul ring dell’adattamento riproponendo lo stesso canovaccio della sua fonte letteraria, attraverso manipolazioni dello spazio-tempo diegetico e sperimentazioni destruttranti dell’impianto narrativo. Ma qualcosa va storto. Lo si sente nell’aria; lo si percepisce in ogni granello di polvere che fluttua negli ambienti illuminati da una fotografia tenue e calda. La voglia di restare fedele alla bellezza del racconto della Tartt, estrapolandone freschezza e contorta umanità per mezzo di una mise en cadre labirintica, fa della regia di Crowley un mero esercizio di stile e puro manierismo. Gli eventi si susseguono secondo un’improvvisa deflagrazione temporale; ogni sequenza è un flash nato da un’altalena di analessi ed ellissi. Come i muri e le stanze che esplodono per effetto della bomba lasciata al Metropolitan Museum di New York, l’intreccio si compone di momenti slegati tra loro che disorientano lo spettatore, lasciandolo perso e privo di coordinate spazio-temporali all’interno di un corpus narrativo già di per sé complicato e ricco di accadimenti. Solo chi ha letto il romanzo della Tartt può vantarsi di conoscere il giusto ordine con cui assemblare le varie sequenze, aspirando così a un senso di assestamento.

Se dal punto di vista del montaggio e della stessa sceneggiatura Il Cardellino perde di sagacia e sublime bellezza, dal punto di vista registico Crowley tenta di connotare ogni singolo elemento filmico (inquadrature e movimenti di macchina) di emozioni e significati nascosti sotto strati di polvere e sguardi corrucciati. Il senso di colpa che dilania Theo, portandolo spesso a rinchiudersi in balia dei propri dolorosi ricordi, è tradotto da Crowley con inquadrature ristrette e isolanti il protagonista sullo schermo. Incapace di condividere il campo d’azione con gli altri personaggi, sono pochi i momenti in cui il ragazzo è colto in campi lunghi, o inquadrature più ampie, segni di un’apertura, o di un senso di fiducia, nei confronti della propria controparte attanziale (si pensi a Pippa, Hobie, o Boris).

Le catene che legano Il Cardellino nella sua forma figurativa si estendono per Theo all’esistenza di quello stesso quadro. Tenere tra le mani quel dipinto significa per il ragazzo viaggiare nel tempo, recuperare momenti felici convincendosi che tutto andrà bene. Ponte mnemonico di anni e ricordi che si andranno a sbiadire con il tempo, il quadro diventa per Theo una catena che lo tiene legato a quegli eventi, prima che un nuovo incontro, o incrocio di sguardi, cambi di nuovo la sua vita con la stessa forza di un’esplosione.  Se lo stringe forte a sé quell’oggetto Theo; un gesto così semplice che racchiude un mondo di emozioni che l’attore Ansel Elgort non sempre riesce a esprimere. Alquanto sottotono, Elgort non dimostra ancora quella maturità necessaria a far suo il proprio personaggio. Se non diretto da uno sguardo sicuro e autorevole (come quello di Edgar Wright in Baby Driver) salta quell’unione di corpi e pensieri tra attore e personaggio qua più che mai necessaria. La performance di Elgort fa così risaltare quella di molti suoi comprimari, uno su tutti Jeffrey Wright, ottimo nei panni del dolce e comprensivo Hobie.

Dispiace vedere un’opera come quella di Donna Tartt ridursi a una pellicola senza anima. Stanca, le sue parti si muovono per inerzia, sospinte da una flaccida vitalità. Scampato alle incurie del tempo e a costanti pericoli, il cuore de Il Cardellino batte ora a fatica, lasciando che la polvere dell’indifferenza e della dimenticanza lo ricopra ben presto nascosto tra qualche antro nascosto dei nostri ricordi.   

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NewsRecensioni
Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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