Il giustiziere della notte

La recensione del remake del film interpretato nel 1974 da Charles Bronson, oggi con Bruce Willis
Il giustiziere della notte
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Nel 1974 usciva nei cinema Il giustiziere della notte, film action-poliziesco in cui Charles Bronson interpreta Paul, architetto newyorkese alla ricerca di una spietata vendetta personale in seguito all’assassinio della moglie e allo stupro della figlia. Oggi, dopo più di quarant’anni, le vicende di Paul tornano sullo schermo, ma al posto dei simpatici baffi di Bronson troviamo la nuca pelata di Bruce Willis, medico di Chicago animato dallo stesso desiderio di farsi giustizia.

Sempre nel lontano 1974, il film diretto da Michael Winner si pose al centro di numerosi dibattiti sulla violenza, sull’utilizzo delle armi e sulla giustizia sommaria. Temi, questi, che sono ancora oggi vivi e all’ordine del giorno nella cronaca statunitense.

Eli Roth nel dirigere questo remake sembra sorvolare l’arduo compito di coniugare all’interno di un film d’azione la componente della spettacolarità con quella della riflessione. Quest’ultima è appena accennata, e non senza una certa ambiguità. Di fronte a un Bruce Willis che dal salvare vite finisce per distruggerle, ma che sembra mantenere sempre la stessa integrità morale, non sappiamo cosa provare: se delusione per la degenerazione del personaggio, metaforicamente rappresentata dal suo scendere nella cantina di casa, oppure simpatia per la sua causa.

Viene il dubbio che dietro alla libertà di giudizio concessa allo spettatore si nasconda, piuttosto, il timore di Roth di prendere apertamente una posizione. In un momento storico delicato come questo, il film probabilmente pagherà cara l’assenza esplicita di una condanna alla violenza armata, e le voci indignate dei critici statunitensi non stanno tardando a farsi sentire.

Eppure, se non ci si pone troppe domande e ci si lascia trasportare dallo scorrere delle immagini, Il giustiziere della notte mostra i suoi aspetti migliori. Un action che intrattiene, a volte diverte, e che non rinuncia a qualche tocco splatter tanto caro al regista di Hostel 1 e 2. Un film in linea con le aspettative di genere e che ci ricorda come lo split screen, se usato con consapevolezza, sia un’originale strumento per l’espressione di un confronto che a parole perderebbe la sua potenza visiva.

Il giustiziere della notte sembra destinato a divenire caso esemplare della sentenza “il film giusto al momento sbagliato”.

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