Il Re Leone – La Recensione

Il film diretto da Jon Favreau si rivela perfetto dal punto di vista visivo, ma frenato sul piano emozionale...
il re leone

Il sole incandescente che sorge sulla savana, la morte di Mufasa, la saggezza di Rafiki, Hakuna Matata.

Quante volte in questi 25 anni ci siamo ritrovati a citare alcuni dei momenti più iconici del capolavoro Disney, entrati senza dubbio nell’immaginario collettivo di generazioni passate e future. Un colpo al cuore che si ripete ad ogni visione, sentore inequivocabile della validità dell’opera. Eterna, fondamentale, unica.

La Casa di Topolino – sulla scia della moda live-action/remake che ha investito gli studios in queste ultime stagioni – ha voluto riproporre in chiave aggiornata anche Il Re Leone, già di per sé una libera rivisitazione dell’Amleto di Shakespeare. Il dubbio sull’utilità del progetto resta una macchia indelebile nella mente di chi scrive, ma per apprezzare il film diretto da Jon Favreau è bene discostarsi in toto dall’originale e avere un solo pensiero: il confronto sarà inevitabilmente tragico.

Guardiamolo con gli occhi di un bambino di oggi, che non ha avuto modo (e tempo) di santificare la pellicola animata del 1994 ed osserviamolo da adulti con assoluta sincerità. Il Re Leone si presenta come un’esperienza visiva incredibile, il non plus ultra del progresso della computer grafica. Non ricordo a memoria qualcosa del genere, di più vero del vero. Magnifico, sontuoso, a tratti inquietante: gli animali sembrano usciti da un documentario BBC, i paesaggi andrebbero incorniciati. Ma questo non è un film muto e nel momento del dialogo la magia si perde, lasciando spazio ad un fallimento sul piano emozionale.

Abbastanza fisiologico. L’animazione permette una caratterizzazione dei personaggi maggiore, il realismo imposto dal CGI annulla l’espressività dei suoi protagonisti. Il risultato è un remake shot-by-shot diviso tra la bellezza delle immagini e la mancanza di pathos.

Sono proprio i momenti musicali a scontarne il prezzo. Difficile, da una parte, rimanere impassibili davanti a sequenze epiche come Il Cerchio della Vita, uno degli opening più emozionanti della storia del cinema. Difficile non canticchiare Hakuna Matata o non subire il fascino di Scar in Sarò Re. Eppure tutto sembra drasticamente meno incisivo, troppo veloce, quasi non necessario. Certo, eliminare le canzoni da Il Re Leone avrebbe scatenato le ire dei puristi, ma ci si domanda il motivo di questa mancanza di coraggio, se proprio l’iperrealismo avrebbe dovuto farla da padrone.

Chi sono i veri campioni del nuovo adattamento? Manco a dirlo, Timon e Pumbaa. La loro apparizione risveglia lo spettatore dal torpore e alcune battute inedite sono state più che apprezzate. Una nota di merito anche per i doppiatori italiani, Edoardo Leo e Stefano Fresi, bravissimi nella performance vocale di queste due indimenticabili comic relief. Rimanendo nell’argomento, Marco Mengoni (Simba) ed Elisa (Nala), pur essendo talent prettamente canori, svolgono un discreto lavoro, nonostante le critiche ricevute dopo l’annuncio del loro coinvolgimento: si pensava peggio. Massimo Popolizio, in compenso, non fa rimpiangere Tullio Solenghi, ma con un attore teatrale del genere non poteva che essere altrimenti. Sulla certezza Luca Ward (Mufasa) ogni parola sarebbe superflua.

In conclusione, un’operazione entusiasmante nell’estetica visiva, un decisivo passo in avanti per le tecniche futuristiche che verranno applicate nel prosieguo della Settima Arte. Peccato però sia un prodotto inutile per gli amanti dell’originale (un po’ meno per le casse della Disney). Tuttavia, questa opinione poco conta davanti alle intramontabili musiche di Hans Zimmer, già premiate con l’Oscar nel 1995, e causa perpetua di brividi e nodo in gola.

Ultime righe su qualche aggiunta: Nala e la sua risolutezza, ennesimo segnale della politica pro-femminista adottata dalla Casa di Topolino di recente. Velato riferimento al tema del bullismo, di cui è vittima Pumbaa per la sua stazza. Un modo di affrontare il problema con assoluta ironia, immerso in un contesto non retorico e non ridondante. Ottima mossa.

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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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