Joe Wright: il figlio di burattinai che fa danzare la cinepresa

Sguardo in camera; dettagli delle mani; quadri, specchi e doppi schermi. Basta poco per riconoscere il cinema di Joe Wright. Per un regista che fonda la propria opera sui...
Joe Wright

Sguardo in camera; dettagli delle mani; quadri, specchi e doppi schermi. Basta poco per riconoscere il cinema di Joe Wright. Per un regista che fonda la propria opera sui dettagli, nei correllativi oggettivi custodi di sentimenti ed emozioni, è nel corpo degli attori, nei movimenti, negli elementi scenografici che si deve ricercare la sua autorialità. Eppure il nome di Joe Wright ancora fatica a lasciare la propria impronta nella mente dello spettatore. Troppo grandi i titoli che affronta (da Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen a Anna Karenina di Lev Tolstoj) troppo iconici i personaggi immortalati sullo schermo (il Winston Churchill de L’ora più buia); per essere identificato il creatore ha bisogno delle sue creazioni, un po’ quanto accade con Frankenstein unitosi per osmosi, nella memoria collettiva, all’essere da lui creato.

E così per identificarlo, il solo nome, “Joe Wright”, non basta; c’è bisogno di quel preciso titolo per far spalancare gli occhi dello spettatore medio, liberandolo da ogni dubbio circa l’identità di questo autore solo all’apparenza sconosciuto.

Ovviamente non c’è nulla di male nell’essere identificato con le proprie opere, soprattutto quando – come nel caso di Joe Wright – queste vivono di memorie, ricordi, lasciti personali della propria infanzia e dei propri studi. E così la dislessia di Peter in Pan è la stessa del giovane Wright; le donne forti che costellano la propria produzione sono simulacri cinematografici delle figure femminili che hanno accompagnato la sua crescita (la madre e la sorella in primis); i dettagli delle mani, simboli di sentimenti, passioni celate ed emozioni represse, sono figli diretti di quelle stesse mani che infondono vita e donano un’anima ai propri burattini nel teatro di famiglia, quel Little Angel Theatre da 100 posti che, incurante del tempo che passa, ancora sorprende e lascia a bocca aperta i propri spettatori dal 1961.

 Eppure in Joe Wright si nasconde un’anima autoriale, modellata dall’obiettivo di un perfetto sognatore che ama raccontare la realtà lasciando sempre aperta una porta alla fantasia. Ce l’ha nel sangue Wright la voglia di sorprendere cambiando ogni volta forma, ma rimanendo sempre lo stesso. Può essere l’Inghilterra di fine ‘700, una Londra dilaniata dalla guerra, una famiglia distrutta dalla forza creatrice della fantasia della piccola di casa, l’Isola che non c’è, ma in questi universi così diversi c’è sempre un indizio, un refrain tematico e stilistico che rivela l’essenza e la presenza di Wright dietro la macchina da presa. Il cinema del regista inglese, nato a Londra il 25 agosto del 1972, è un corpo vivente in continua fase di sviluppo e crescita, i piani-sequenza sono il sangue che gli scorre nelle vene, i dettagli le sue cellule epidermiche, la teatralità e i riferimenti artistici (siano essi pittorici, o cinematografici) l’abito che lo avvolge tenendolo al caldo.

Joe Wright

A rendere veramente unico lo stile di Joe Wright concorre uno studio maniacale sulla dinamicità della macchina da presa e sui movimenti fisici dei personaggi. Posta tra le sue mani, la cinepresa diviene un portento. Corre, salta, si muove nello spazio d’azione con fare indagatorio, ma soprattutto danza. La danza della sua macchina da presa coglie affinità e discrepanze dell’uomo e il suo macrocosmo (la società), ma quando a eseguire quella stessa danza sono i personaggi sullo schermo, essa si fa ricettacolo di significati altri, transtert di sentimenti che li pervadono, di un amore più o meno negato (Orgoglio e pregiudizio), una passione pronta a esplodere (Anna Karenina), o la vendetta sanguinaria (Hanna).

È concentrato tutto qui il filtro che separa la realtà dall’universo di Joe Wright. In quei movimenti, in quei dettagli, in quei riflessi diretti riverberati dalla superficie di uno specchio, o scaturiti dalla luce di uno schermo cinematografico. Wright coglie l’essenza del momento senza investire lo spettatore con fiumi di parole. Una caratteristica derivante probabilmente dall’essere dislessico che Wright ha saputo rovesciare a suo favore, e da punto debole tramutarlo in punto di forza. Quelle parole così difficili da seguire nel loro unirsi e tenersi per mano in un girotondo narrativo, sono solo degli input creativi; basta un accenno, una semplice frase per dare il là all’atto di creazione e sostituire così le pagine dei grandi classici della letteratura con una propria, personale – e per questo inedita – versione.

Joe Wright

Quello di Joe Wright è, dopotutto, uno stile fisico, corporale, in cui sono gli occhi, e non la bocca, il canale da cui sgorgano fiumi di mute parole, mentre è la mano, e non la voce, che comunica i sentimenti più reconditi, i demoni dilanianti l’anima, le gioie pronte a prendere il sopravvento. Distese, chiuse e strette in un pugno, baciate e poi unite in una stretta di passione (Anna Karenina), sfiorate, colte nell’atto di scrivere crude sentenze per la propria famiglia (Espiazione), o per il destino di una nazione (L’ora più buia) colte a suonare con passione il proprio strumento musicale (Il solista) sono loro, le mani, l’elemento prediletto da Wright come simulacro di passioni violente e sentimenti sinceri. Appresa la lezione dei surrealisti che fecero dell’occhio l’elemento da spalancare, tagliare, ferire, e unita a quella dei registi inglesi Ken Loach e Alan Clarke, Wright congiunge queste due essenze di visione per generare un mondo in cui il fantastico incontra il realismo. Indugia Wright sui primi piani e sugli sguardi in camera dei propri personaggi; una ricerca attenta, chirurgica, spasmodica in cui ritrovare nel buio delle pupille, la luce di quel sentimento dominante, sia esso frustrazione (Black Mirror: Nosedive), vendetta (Hanna), stupore fanciullesco (Pan), il peso di una colpa mai ammessa e negata (Espiazione) o pazzia (Il solista).

Corpo e anima; mani e sguardi; schermi e specchi; bambini adulti (Briony, Peter Pan) e adulti bambini (Nathaniel, Lizzie); in questo gioco dicotomico di opposti che si attraggono l’immaginazione di Wright danza veloce, si ferma, prende fiato e riparte, nell’attesa di un nuovo giro di valzer.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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