Lazzaro felice

La recensione del film di Alice Rohrwacher presentato in concorso al Festival di Cannes e premiato per la Miglior Sceneggiatura

Lazzaro felice è il terzo film di una giovane regista italiana originaria della Toscana. Il Festival di Cannes lo ha selezionato in concorso, applaudito per oltre dieci minuti e premiato per la Miglior Sceneggiatura. Le immagini mostrate dai telegiornali e quelle che circolavano in rete, raffiguranti il festoso momento al termine della proiezione o le simpatiche bizzarrie del tappeto rosso che lo aveva preceduto, hanno contribuito ad alimentare l’impressione che il film uscisse direttamente da un universo fiabesco. Tra l’altro, ciò che ancora non ci era dato sapere è che proprio questo spirito da favola anima lo stesso film, uno spirito creato e alimentato con cura e consapevolezza dalla sua autrice (regista e sceneggiatrice) Alice Rohrwacher.

Presso una piantagione di tabacco isolata dal resto del mondo abita una grande famiglia di contadini di “proprietà”, in tutti i sensi, della perfida e austera Marchesa de Luna. Essi vivono ignari che la mezzadria non esista più e che la società nel frattempo si sia evoluta verso altre e nuove condizioni di vita. Tuttavia, quando potranno finalmente entrare in contatto con esse – a seguito dello scandalo pubblico dell’Inganno della Marchesa – si renderanno presto conto che la vita in città riserva altre forme di cattività.

La vicenda è narrata attraverso lo sguardo ingenuo del protagonista Lazzaro, emblema della bontà umana più disinteressata, quella estranea e talvolta fuori luogo in qualsiasi contesto – campagna o città – e in ogni epoca – passato rurale o presente di periferia urbana.

La Rohrwacher coinvolge in un mondo dove i confini tra realtà e finzione spesso si confondono, dove le convenzioni di tempo e spazio non seguono le norme correnti. Talvolta non è facile seguire il film a causa delle difficoltà che sorgono nell’accordargli la sospensione di giudizio che richiederebbe; eppure Lazzaro felice porta avanti la suddetta richiesta con una tale gentilezza e umiltà da non lasciar mai sorgere nello spettatore la sgradevole e irritante sensazione di non sentirsi lui stesso al centro del film. In alcune occasioni non resta dunque altro da fare che contemplare le immagini e considerarle per quel che sono più che per ciò che vogliono significare.

Lazzaro felice descrive, appunto, una realtà fiabesca ma che non dimentica il suo rapporto con il reale, con il fenomenico impresso sula pellicola attraverso cui Alice Rohrwacher ha deciso di girare il film. Così la fatica del lavoro contadino, il clima caldo e secco della terra dell’Inviolata, la polvere pesante della tenuta abbandonata e la povertà della vita di periferia diventano protagoniste tanto quanto il personaggio che dà il titolo al film, e anzi quando la sua ingenuità comincia a renderlo troppo inverosimile agli occhi dello spettatore queste immagini intervengono per ricordare che, come esiste il realismo magico da un punto di vista artistico, anche dietro la banalità della vita vera e propria si possa nascondere un po’ di magia.

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