Le Mans ’66 – La grande sfida – La Recensione

La nostra recensione di Le Mans '66 di James Mangold con la coppia d'oro Bale-Damon....
Le Mans '66

La soggettiva è una ripresa dalla portata empatica straordinaria. Cadute ogni distanze diegetiche, il punto di vista del personaggio combacia perfettamente con quello dello spettatore. E così, se il compito di aprire un film è affidato a una soggettiva, e per di più quella di un pilota d’auto, tutto si sconvolge e ogni piccolo effetto, da quello visivo a sonoro, si amplifica. L’adrenalina sale, la bocca si spalanca, mentre si fa largo quella strana sensazione che ti porta a chiedere se il film riuscirà a sfrecciare su quello stesso, altissimo, livello, oppure finirà inevitabilmente fuori strada. Nessun compromesso. O vince a mani basse, doppiando i nostri timori iniziali, oppure perderà miseramente. Ma il regista James Mangold, come un pilota navigato, conosce bene la pista su cui si appresta a correre; sa a menadito lo stringersi di ogni singola curva, anticipa gli ostacoli ed evita gli errori. La sua macchina da presa è un bolide che guida con facilità, la pellicola una benzina che brucia alimentando una storia capace di colpire a centocinquanta chilometri orari il proprio pubblico. La scuderia di Le Mans ’66 porta a casa una vittoria schiacciante, merito soprattutto della performance dei suoi due capisquadra dalla perfetta alchimia: Christian Bale e Matt Damon.

Sebbene si insinui, silente, l’orgoglio patriottico di un’America che ama mostrarsi vincitrice, irridendo i propri avversari tra cliché e luoghi comuni (si pensi al ritratto fatto di Enzo Ferrari, impersonato da Remo Girone), Le Mans ’66 riesce a mantenere il controllo senza cadere nel terreno fangoso dell’autocelebrazione. Mangold ingrana la quinta e fa sfrecciare il proprio film sul rettilineo di una spettacolarità mai retorica, ma sempre avvincente. Il mondo di Carroll Shelby e Ken Miles è un dipinto che odora di benzina e sudore, colorato da una fotografia color seppia rimembrante, certo, gli anni Sessanta, ma anche i fanali di un’auto che illumina la strada del successo. Un film a stelle e strisce, che dal retaggio della storia – soprattutto cinematografica – recupera perfino la corsa all’oro e il mito della Frontiera. Già, perché come compiuto in Logan, cinecomic vestito con abiti di western, anche in Le Mans ’66 si sente odore dei miti fondativi di una nazione giocata sull’eterna opposizione tra una rivendicazione individualistica del proprio talento, e uno spirito di squadra chiamato in causa per superare le avversità. E se la vittoria, come ben comprenderà Ken Miles, è tutto un gioco di squadra, quello di Le Mans ’66 è un team orchestrato in armonia; ogni attore è una parte fondamentale di una catena di montaggio che dal singolo pezzo, costruisce una macchina oliata e brillantemente congegnata per l’intrattenimento spettatoriale.

le mans '66

Un lavoro di squadra, dentro e fuori dalla finzione cinematografica, sottolineata da Mangold con riprese ampie, totali e campi lunghi atti a inglobare nella loro cornice di ripresa quante più persone possibili. Un microcosmo dove tutti risultano necessari e al cui centro brillano loro: Matt Damon e Christian Bale. I due interpreti sono i poli opposti di un mondo adrenalinico che si sveste del biopic canonico per indossare le tute automobilistiche, gli occhiali da sole e correre via su percorsi nuovi e avventurosi sponsorizzati ovviamente dal sogno americano dei self-made man. Che il regista ci sapesse fare con questo genere di film lo aveva dimostrato con Walk the Line. Il Johnny Cash di Joaquin Phoenix non nasconde nessun fine agiografico, ma un’indagine dell’uomo dietro la maschera dell’idolo musicale. Lo stesso schema viene seguito in Le Mans ’66 con la differenza che al suono della chitarra si sostituiscono i rombi del motore e gli scoppi assordanti di pneumatici esplosi nel silenzio della paura.

Se la vita, come afferma Miles, corre a 7mila RPM, quella di questi due personaggi è un incrocio presso cui è impossibile fermarsi. Bisogna accettare lo scontro, il dolore del diverbio e dei confronti, per assaporare il dolce gusto del successo. Un braccio di ferro tra titani, come quelli narrati da Ron Howard in un altro biopic di matrice automobilistica, Rush (senza dimenticare lo scontro politico di Frost/Nixon) della durata di due ore e mezza per condensare anni di fatica, preparazione, sorrisi e lacrime, le stesse che hanno rigato il viso di Shelby e Miles durante quella 24h di Le Mans del 1966. Come all’ultimo giro di una gara, l’adrenalina sale, la paura ti contorce lo stomaco e tutto quello che puoi fare è pigiare sulla leva del gas, più forte che puoi. Mangold quella leva l’ha pigiata con tutta la sua potenza; ha preso la sua macchina da presa e da quella soggettiva iniziale ha creato un universo di marce ingranate e gasolio che alimenta un’opera cinematografica che guarda al passato per recuperare il suo scopo più puro: intrattenere e lasciare a bocca aperta lo spettatore. Proprio come al foto finish di una gara. Proprio come a Le Mans nel 1966.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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