L’uomo che vide l’infinito

La nostra recensione del biopic diretto da Matthew Brown, con Dave Patel e Jeremy Irons
L'uomo che vide l'infinito

Ancora una volta, e chissà per quante altre ancora, il cinema racconta il genio. Niente di nuovo quindi ne L’uomo che vide l’infinito, almeno nelle premesse. La pellicola diretta da Matthew Brown è perfettamente inquadrata nella scia di film come A Beautiful Mind e La Teoria del Tutto, dove la storia delle grandi menti si districa tra figura pubblica e privata, svelando pregi e (soprattutto) limiti dei suoi brillanti protagonisti.

Srinivasa Ramanujan (Dave Patel) è un matematico indiano totalmente autodidatta, ostacolato da una società che non riconosce a pieno il suo genio. Il prezioso aiuto arriverà da G.H. Hardy (Jeremy Irons), fellow del Trinity College, il quale, capendone l’immenso potenziale, lo inviterà nella capitale inglese. Il loro rapporto andrà oltre i numeri, rappresentando il pretesto per raccontare le divergenze tra Oriente e Occidente, tra scienza e Dio.

L’uomo che vide l’infinito è il delicato ritratto di una delle menti più importanti ed inaspettate del XX Secolo. La figura di Ramanujan, infatti, più che essere celebrata per il suo genio rivoluzionario, è inquadrata in un contesto fortemente storico e di integrazione razziale: l’addio alla madre e alla moglie, l’arrivo a Londra, le abitudini vegetariane contro la consueta carne servita nella mensa di Cambridge, la xenofobia degli altri studenti. Tutti elementi che mettono da parte le intuzioni più vivaci del giovane matematico, scomparso troppo presto, ma celebrato dal suo amico e mentore Hardy, che grazie a lui, cedette al fascino della religione. Ecco quindi la dicotomia cardine della pellicola: da una parte le formule dell’indiano, suggerite dalle divinità e dall’infinito; dall’altra la razionalità del professore, ateo militante e devoto al pragmatismo delle dimostrazioni.

Forse, per certi aspetti, la pellicola rende troppo leggera una storia che, oltre a mostrare la prematura scomparsa di Ramanujan, si articola all’interno dello scenario della Prima Guerra Mondiale. Invece –  e questo ne è il pregio – il tocco scorrevole di Brown e l’ottima interpretazione degli attori, fanno de L’uomo che vide l’infinito, un biopic piacevolissimo, sempre sul filo dell’ironia, e di forte ispirazione per chi è alla ricerca di una rivalsa personale.

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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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