L’Uomo Invisibile – La Recensione

Leigh Whannell rivisita per la Blumhouse il mito dell'uomo invisibile riadattando la storia a importanti tematiche contemporanee con un risultato più che ottimo...
l'uomo invisibile

Blumhouse continua a giocare in casa e come al suo solito la formula si rivela vincente. Il fallimentare reboot de La Mummia con Tom Cruise aveva definitivamente chiuso le porte di un MonsterVerse appena agli inizi, ma la Universal non si dà per vinta e riparte da Leigh Whannell, nome della scuderia Blumhouse al quale affida questo remake de L’Uomo Invisibile. Whannell, collaboratore con James Wan per la saga di Saw e Insidious, aveva già dato prova di sé nel divertente Upgrade, citazionismo iperviolento del filone alla RoboCop. Con L’Uomo Invisibile, coadiuvato da una grandissima Elisabeth Moss, supera se stesso e qualsiasi più rosea aspettativa.

Per un romanzo scritto a fine ‘800 e che nella storia del cinema ha avuto varie rivisitazioni, l’essenziale era riadattare questo mito al presente per far funzionare la storia dell’uomo invisibile: Leigh Whannell lo fa, e mettendosi stavolta dietro lo sguardo femminile, racconta una storia di abusi, di violenze, di amore tossico e di gaslightning, imbastita da una vena di sci-fi tecnologico che giustifica l’invisibilità, ma che comunque lascia spazio allo show che Elisabeth Moss regge con un’interpretazione fenomenale, ormai paladina della recitazione femminista dopo una storia come quella di The Handmaid’s Tale. Girato come quegli horror fatti di lunghe e concentrate vedute su quegli spazi dove teoricamente dovrebbe sbucare qualcuno (o qualcosa) per spezzare la tensione, effettivamente alla fine non mostra nulla (giustificato più che mai in una storia che parla di invisibilità) ma fa sentire anche veramente poco, giocando molto con i suoni e i silenzi, cercando di mettere lo spettatore negli stessi panni paranoici della Moss.

Consapevole dell’importanza delle tematiche attuali che Leigh
Whannell ha deciso di portare avanti con la sua rivisitazione di questa storia, L’Uomo Invisibile non dimentica però il suo ruolo di thriller di genere, regalandoci quei momenti da caccia iperviolenta registicamente impeccabili che già avevamo avuto modo di vedere in Upgrade, non perdendo mai il ritmo di queste due difficili strade che la sceneggiatura ha deciso di percorre.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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