L’uomo che uccise Don Chisciotte

La recensione dell'ultima opera del maestro Terry Gilliam, al cinema dal 27 settembre
l'uomo che uccise don chisciotte

Toby è un cinico regista pubblicitario, ma nel suo passato c’è un film indipendente realizzato in Spagna quando era ancora un giovane studente di cinema, ispirato alle gesta del Cavaliere dalla triste figura, Don Chisciotte. Dall’incontro col suo vecchio protagonista, un anziano ciabattino scovato in un piccolo villaggio, Toby si ritroverà intrappolato in un vortice di illusioni e fantasie, che gli permetterà di entrare di nuovo in contatto con il suo spirito fanciullesco e idealista.

Dopo 25 anni di gestazione e una lunga diatriba con la produzione, il maestro Tery Gilliam arriva al cinema con il suo personale masterpiece, L’uomo che uccise Don Chisciotte, film tanto desiderato quanto ostacolato, così come ci viene raccontato nel documentario Lost in La Mancha, ripreso direttamente sul primo set e perfezionato con interviste aggiuntive nel 2001. Il primo progetto naufragò miseramente e da quel momento Gilliam ha deciso di rimescolare tutte le carte e trasformare quell’idea – che prevedeva addirittura un viaggio nel tempo con Johnny Depp – in un sogno completamente diverso, con cast e script nuovi.

Il risultato finale è il manifesto della determinazione del filmmaker sognatore, incarnazione principale dell’essenza del Cavaliere che si scontra e vince contro il reale – o realizzabile in questo caso. Prima del vecchio calzolaio (Jonathan Pryce), che preferisce continuare a vivere nella finzione piuttosto che sopperire alla triste realtà, è proprio Terry Gilliam il vero Don Chisciotte della pellicola. Adam Driver (Toby) è la controparte perfetta, nella sua discesa/ascesa continua tra follia e lucidità. Grazie a Toby, Gilliam può incastrarsi in un viaggio surreale e spettacolare, perdersi per poi ritrovarsi subito dopo, ma anche di lanciare la stoccata finale al proprio avversario: una riflessione profonda sul modo contemporaneo di fare cinema, che ha perso l’essenza stessa dell’arte: la fantasia, ultimo rimedio a un mondo vuoto e sadico.

L’uomo che uccise Don Chisciotte non è un film perfetto, e come poteva esserlo dopo tutto questo tempo. Ma con la sua straordinaria capacità di deliziare e incantare, ci permettere di credere che sia ancora possibile lottare per le utopie e sconfiggere i giganti, in compagnia del proprio Sancho, come nel gioco avventuroso di un bambino.

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Martina Amantis

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