Mal di pietre

La nostra recensione di Mal di pietre, diretto da Nicole Garcia, in concorso all'ultimo Festival di Cannes
Mal di pietre

Nicole Garcia adatta per il grande schermo il romanzo Mal di pietre, scritto dall’autrice sarda Milena Angus. Un’opera elegante, priva di imbellettamenti gratuiti, ma poggiata del tutto sulle performance attoriali che non riescono a colmare un piattume di fondo. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Mal di pietre racconta di una giovane medioborghese, Gabrielle, e del suo temperamento anticonvenzionale. Spinta dalla madre ad accasarsi, abbandona il sogno di un amore trascinante e si accontenta di uno sposo modesto quanto presente. In cura in una clinica a causa di calcoli renali (mal di pietre, per l’appunto) Gabrielle troverà in un reduce di guerra, Louis Garrel, l’alternativa ad un’esistenza monotona ma soprattutto indesiderata.

Il film fa propria la struttura del melodramma -insoddisfazione, volontà esterne castranti, malattia, separazione ecc.- asciugandosi però della dimensione eccesso/tragedia. Non che lacrime e dolori siano assenti, tuttavia il mal di vivere è pressoché rinchiuso nel personaggio di Gabrielle: schivo, misterioso e corporeo più che verbale. Lo status naturalistico, e pure claustrofobico (vedi la residenza di cura) in parte alleggerisce un’ipotetica pesantezza dialogica, solita del genere, e dall’altra fà scudo, nascondendo fin troppo, all’implosione della protagonista. Una donna vibrante, colma di voglie, istinti, ma pure di una sfera idealistica, vicina all’Antonia dipinta da F. C. Filomarino. Marion Cotillard, dopo lo splendido Due giorni, una notte dei Dardenne, polverizza le sovrastrutture hollywoodiane e/o da francese “in visita” e consegna un’interpretazione convincente, raffinata e ai limiti del simbiotico.

Probabilmente il lavoro sul confine immaginazione-follia è il più riuscito; la Garcia dà prova di ottime doti di sottrazione quando avrebbe potuto sfruttare lo stereotipo “pazza del villaggio, “sgualdrina senza pudore” e quindi proteggendo o esaltando una figura anacronistica e dalla moralità discutibile. Buttando tutto ciò all’aria, il focus sembra la vitalità, l’esigenza che almeno un livello d’esistenza corrisponda ai propri desideri e generi la spinta ad andare avanti. Eppure d’un tratto fa capolino il rimarriage, il ritorno allo statuto, perché forse i voli pindarici della mente vanno contenuti e devono avere breve durata. Plot a parte, quella sfera intimista, così ben restituita dalla Cotillard, avrebbe meritato uno scavo più coraggioso in quanto rappresenta l’unico slancio in un universo quantomai freddo, crepuscolare e onirico. Un film troppo ibrido, altalenante, in cui gli intenti divergono tanto che l’empatia dello spettatore fatica a suggellarsi.

 

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