“Mi sono innamorato di Ennio Morricone”, lettera aperta al genio italiano

Quando la discografia di un compositore per il cinema diventa parte integrante della propria vita...
Ennio Morricone

Ho scoperto Ennio Morricone a ventiquattro anni guardando un film di Giuseppe Tornatore. Prima, all’ascolto di una citazione al telegiornale, ero solito commentare superficialmente: “Un grande”, “una leggenda dei nostri tempi”, dando poco peso a quelle dichiarazioni e mischiandomi così nella massa dei – in gergo calcistico – fan occasionali.

“Nuovo Cinema Paradiso” è un’opera malinconica e potente, dal racconto tanto assoluto da coinvolgere qualsiasi tipologia di spettatore. Vince l’Oscar al miglior film straniero nell’89, anno del matrimonio dei miei e in cui io rappresento solo – chissà – una loro idea. La guardo per la prima volta sei anni fa e ne resto talmente incantato da correre su YouTube (un tempo si acquistavano i vinili, lo so, sono anche io un millennial) e fare il pieno. Non mi basta: stavolta faccio sì una mossa vintage, compro un cd. Lo ascolto rispolverando il mio vecchio walkman: credo fermamente che quel repertorio – da cui mi aspetto moltissimo – vada ascoltato con estremo rispetto. Mi immergo nella quasi totalità dei brani presenti ignorando le trame dei film che vi si celano dietro. Come ampiamente previsto, la curiosità si accende come una spia dell’automobile che in questo caso è il mio cuore. 

Approfondisco la discografia del Maestro partendo da Tornatore e giungendo presto alla dolcezza inaudita di lavori come “La leggenda del pianista sull’oceano”, “L’uomo delle stelle” e “La sconosciuta”. Ne resto talmente ipnotizzato da proseguire e tuffarmi nel mondo di Sergio Leone che, badate bene, non è solo il fischietto de “Il buono, il brutto e il cattivo” ma pure la maestosità de “L’estasi dell’oro”, il carillon di “Per qualche dollaro in più”, l’armonica di “C’era una volta il west”, lo Sean Sean di “Giù la testa” e la ballata di Amapola in “C’era una volta in America”.

Vivo la sua carriera attraverso le sue composizioni come se stessi facendo binge watching con una serie Netflix e l’orgoglio aumenta di film in film. Non c’è passaggio all’interno di questo cammino spirituale, vissuto a braccetto con la sua discografia, che mi lasci deluso. Non vi menziono neanche i concerti dal vivo: quello di Venezia è pari a un dipinto di Giotto o a una statua del Bernini. Arte assoluta incastonata nella storia contemporanea di un paese, l’Italia, e di una razza intera: quella umana.

Tutti hanno voluto lavorare con Morricone. A qualcuno (Kubrick) ha pure detto no, impegnato altrove con l’ex compagno di classe Leone. Entrambi romani, nati e cresciuti nei colori di Trastevere e oggi rispettati in tutto il mondo. Persino in America, dove hanno lasciato il segno senza neanche rendersene conto, utilizzando nella parte iniziale della loro carriera persino degli pseudonimi, così da conquistare più rapidamente i produttori statunitensi. Visionari, geni o semplici professionisti, fate voi: il loro lascito è gigantesco. Leone ha raccontato storie piene di significato riducendo al minimo i dialoghi grazie sì alla sua maestria, ma pure alle sinfonie dell’amico e coetaneo, abile a lavorare sulla pellicola solo dopo aver visto il montato.

Studiando il personaggio in decine e decine di interviste non ho mai capito quanto fosse consapevole o meno del successo raggiunto in sessant’anni di carriera. Ha sempre cercato riconoscimenti in giro per il globo (non prese benissimo la mancata premiazione per “The Mission”, colonna sonora di una potenza disarmante) dimostrando sempre una certa riverenza nei confronti di un solo concetto: la musica. Stimava clamorosamente John Williams, collega di un certo peso, ma raramente regalava complimenti ad altri personaggi dello stesso settore. Del resto era romano: bonaccione e permaloso, dolce e scontroso, mai arrogante ma neanche troppo umile.

John Williams e il Maestro Ennio Morricone alla cerimonia degli Oscar 2016

Da lui ho imparato a conoscere più approfonditamente la mia emotività. Farsi travolgere dalle emozioni e capirne il significato è un onore enorme che concediamo a noi stessi, a cui nessuno dovrebbe mai rinunciare. Gestire la parte più intima del proprio ego tramite l’aiuto di una colonna sonora è un’esperienza che devo a lui e a lui solo. Dopo aver visto “C’era una volta in America” ho preso lezioni di pianoforte per alcuni mesi. In una discoteca di Amsterdam ho trovato un suo vinile e l’ho trascinato via di forza da quegli scaffali. Un mio amico, anni fa, ha incontrato il Maestro a Palazzo Brancaccio per un evento a numero chiuso. Ho fatto inversione sul Lungotevere e preso una multa da cento euro su Via Nazionale per incontrarlo. Ci sono riuscito e gli ho quasi pianto davanti, ringraziando la moglie Maria per l’ispirazione e il sostegno che gli ha donato.

Ho scoperto Ennio Morricone a ventiquattro anni guardando un film di Giuseppe Tornatore. Tuttora lo rivedo e piango, specie sul finale. Penso spesso a quelle lacrime e, ad anni di distanza, ne ho ormai accettato l’identità: sono lacrime d’amore. Perché anni fa mi sono innamorato della musica di Ennio Morricone e so che stavolta sì, durerà per sempre. 

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Riccardo Cotumaccio

Sono un ragazzo di ventisette anni che parla di calcio in radio e lavora nelle scuole di Roma per avvicinare gli studenti al giornalismo. Particolarmente egocentrico e poco umile, sono certo di una cosa: quando scrivo di cinema sto bene.
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