Midsommar – Il Villaggio dei Dannati – La Recensione

Ari Aster firma un horror dilatato, ironico e accecato da una luce perenne, destinato a dividere il pubblico...
midsommar - il villaggio dei dannati

Avete presente quella sensazione di stanchezza e alterazione della realtà data da una lunghissima camminata sotto il sole cocente dell’estate? Gli occhi bruciano, ci sentiamo scombussolati, in preda all’irritabilità di uno sforzo sovrumano a cui non eravamo preparati. Questo è il risultato anche di Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, nuovo horror diretto da Ari Aster, a poco più di un anno di distanza dallo sconvolgente Hereditary.

Un gruppo di studenti americani arriva in Svezia per assistere agli usi e costumi di una comunità rurale, dedita ad un misterioso culto folkloristico. Ciò che inizia come un’avventura estiva, prenderà presto una svolta sinistra.

Premessa doverosa. Nell’era dei reboot e dei remake, imporre in un modo così deciso la propria poetica è paradossalmente un evento straordinario. La mano del regista è inconfondibile, una vera e propria dichiarazione di arte, firma già indelebile nell’olimpo dei grandi autori del genere. E come ogni mente geniale che si rispetti affronterà una mole di detrattori pronti a distruggerla. Midsommar non potrà mai essere giudicato attraverso critiche miti e oggettive: per alcuni un capolavoro assoluto, per altri un film orripilante.

Aster immortala sullo schermo la natura dell’animo umano, tra individualità e senso di appartenenza, tra giusto e sbagliato, tra clemenza e vendetta. Lo fa dividendo la pellicola in segmenti ben precisi e facilmente osservabili: il buio della prima parte, con la protagonista (Florence Pugh, bravissima) che affronta un terribile lutto famigliare, e la luce della seconda, quando l’orrore si compie. Un ribaltamento degli stilemi dell’horror, dove l’oscurità è sempre fonte di sangue e tragedie. Qui sono il sole perenne e l’ambientazione di campi erbosi aperti, senza un tetto al di fuori dello stesso cielo, a farla da padrone. Non esiste nascondiglio, non esiste riparo, sotto la sua immensità.

Midsommar gioca sulle apparenze, sfruttando il genere orrorifico per raccontare quella che è, a tutti gli effetti, la fine di una storia d’amore. Anche il film stesso, quindi, è un inganno agli occhi dello spettatore. I tempi sono così dilatati da far perdere qualsiasi interesse per il destino dei malcapitati protagonisti. Non c’è alcuna struttura narrativa: osserviamo impassibili gli ignari ragazzi americani immersi nel culto folkloristico di questa comunità scandinava, senza chiederci i motivi e la genesi di esso. Il trionfo del voyeurismo cinematografico.

Non mancheranno di certo le sequenze spiazzanti, che non descriveremo per non rovinarvi la sorpresa. Lo scenario è iconico, forse già un cult in partenza, eppure qualcosa non torna. Midsommar è senza dubbio più ambizioso e articolato rispetto al predecessore Hereditary, ma l’eccesso di simbolismi e metafore potrebbero indurci ad aspettare un momento di svolta, di scatto della trama che, purtroppo, non arriverà mai. Questo il punto di forza del film, questa la sua debolezza, se non si comprendono le intenzioni del regista. Ari Aster sfrutta l’horror come strumento di psicoanalisi, perché proprio qui risiedono gli istinti primordiali degli esseri umani.

Contribuisce al senso alienante anche l’inaspettato tono ironico e grottesco che assume la pellicola in corso d’opera: un umorismo derivato dalla stessa messa in scena, così sopra le righe da strappare più di qualche risatina.

Inutile parlare di tecnicismi. La fotografia e l’utilizzo delle musiche rasentano la perfezione. La scena del ballo allucinato attorno al palo è indimenticabile. Andrà visto minimo due volte per apprezzarlo a pieno.

Midsommar – Il Villaggio dei Dannati, un altro tassello fondamentale della filmografia di Ari Aster, Dilatato, grottesco, accecato da una luce perenne. Destinato a dividere pubblico e critica, ma non a lasciarci indifferenti. Non è forse questo il punto di arrivo a cui ambire?

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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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