Mindhunter, o la summa perfetta del cinema di David Fincher

«Vivevo in un perpetuo deja-vu» afferma il protagonista-narratore di Fight Club (Edward Norton); una sensazione, questa, simile a quella che investe lo spettatore più attento, perspicace e profondamente amante...
David Fincher

«Vivevo in un perpetuo deja-vu» afferma il protagonista-narratore di Fight Club (Edward Norton); una sensazione, questa, simile a quella che investe lo spettatore più attento, perspicace e profondamente amante del cinema di David Fincher durante la visione di Mindhunter. La serie di Netflix è la sintesi perfetta dello stile di Fincher, nonché summa di temi e immagini che da sempre costellano le produzioni cinematografiche di questo regista nato il 28 agosto del 1962 a Denver e fattosi le ossa tra gli studi della Industrial Light & Magic di George Lucas, e sui set di videoclip (“Vogue” di Madonna, “Who is it” di Michael Jackson e “Cradle of love” di Billy Idol) e spot (Coca-Cola, Levi’s, Converse) da lui diretti.

“Vogue”, diretto da David Fincher

Quello di David Fincher è un cinema-labirinto, un gioco della mente indagato in tutti i suoi (mal)funzionamenti, tra ossessioni, timori, rivincite e istinti omicidi. Un vagare tra stanze opprimenti, senza vie di uscita. Le indagini, le interviste, le analisi dei casi condotte da Tench e Ford sono maniglie anti-panico che conducono lungo altri corridoi cerebrali. Sono copie perfette di quegli stessi movimenti e luoghi attraversati dai loro predecessori fincheriani. Pergino gli oggetti a cui i due si affidano, come nastri magnetici e microfoni, sono recuperati dal regista dal bagaglio iconografico che ha arricchito le sue opere precedenti.

david fincher

Quello messo in campo dal regista americano non è mai una corsa all’assassino, ma un’escursione a perdifiato tra le pareti della sua mente contorta. Perché ad abitare la produzione di David Fincher non ci sono solo criminali e detective, ma anche perdenti alla ricerca di una riscossa (The Social Network), uomini figli di una società materialistica vittime dello sdoppiamento della personalità (Fight Club), della propria misoginia (Millenium), o di uno scherzo temporale che li fa nascere vecchi e morire neonati (Il curioso caso di Benjamin Button). Ogni personaggio uscito dalla sua fucina cinematografica è un piccolo frammento riverberato nella personalità dei criminali studiati e ascoltati dalla coppia Tench e Holden. Intorno a loro si crea, puntata dopo puntata, un universo costruito con altrettanti ciocchi presi in prestito dalla sua produzione. Fincher come Frankenstein; la sua creatura, assemblata da resti in cellulosa del suo passato da regista e infusa di vita dal pulsante “play”, è un portento di acutezza e suspense, nonché una delle serie più interessanti degli ultimi anni.

Ma quali sono queste costanti del corpus visivo e registico di Fincher? Scopriamoli insieme.

David Fincher
Jesse Esienberg e Justin Timberlake in The Social Network, 2010

DISCORSI AL BAR e AI TAVOLI. Intuizioni, punti di svolta narrativi, incontri determinanti nella vita dei protagonisti nei film di David Fincher si svolgono attorno al tavolino di un bar, o di un locale. La descrizione del proprio lavoro, spiegata con fare orgoglioso da Ford al poliziotto nell’ultima puntata della prima stagione di Mindhunter (senza contare le bevute tra il giovane e Tench o Carr), non è altro che figlia legittima di decine di scene a lei analoghe che puntellano i film precedenti made in Fincher. La scena di apertura di The Social Network, con il confronto tra Erica (Rooney Mara) e Mark (Jesse Eisenberg) da cui scaturirà Facemash – poi Facebook – e quelle con Sean Parker (Justin Timberlake); lo scambio di opinioni tra Mills e Somerset in Se7en, l’incontro tra Tyler e il protagonista in Fight Club, le conversazioni tra Nick e la sorella Margo che del bar è proprietaria in Gone Girl (senza contare la proposta di matrimonio dell’uomo a Amy o l’incontro tra Nick e l’ex della moglie, Tommy), gli incontri tra il vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal) e il detective Paul Avery (Robert Downey Jr.) in Zodiac, tutto nell’universo di Fincher si determina seduti a un tavolo.

David Fincher
Jonathan Grogg e Holt McCallany in Mindhunter

RIPRESE DAL BASSO: Se il cinema di David Fincher è un itinerario che tocca i generi più disparati per piegarli alla propria visione personale, è altresì vero che il suo stile registico è facilmente riconoscibile per un tratto specifico: le riprese dal basso. Basta dare un’occhiata ai suoi videoclip per ritrovare in nuce questo carattere peculiare del suo modus operandi. Un tratto che ben si adatta a un mondo nato dalla terra, alimentato dalle radici di una bassezza d’animo istintiva da lui indagata in ogni suo minimo dettaglio. È una forza oscura che dalla terra ribolle e da cui la macchina da presa è fatalmente attratta. E così in Mindhunter i personaggi si ergono a custodi della verità, o della ricerca di essa, mentre i criminali camminano e la cinepresa li anticipa retrocedendo, quasi inchinandosi davanti a questi villain pronti a essere dissezionati, domanda dopo domanda, da Holden e Tench. Basso è anche l’obiettivo che segue Mills e Somerset tra le vie della città, basse sono le soggettive che colgono Tyler e il resto della banda vestiti da camerieri in una delle loro azioni terroristiche in Fight Club. Dal basso viene ripreso Graysmith nei momenti di maggior tensione in Zodiac. É un’inquadratura generata sulla spinta di un istinto animalesco lasciato correre libero. Bassa, la macchina da presa si trascina come un ladro; si muove furtiva tra gli antri della mente come a perlustrare ogni stanza di casa, proprio come piegati e silenziosi si muovono i rapinatori di Panic Room, o i giornalisti e i detective pronti a cercare, in ogni singolo spiraglio di ambienti claustrofobici, la verità.

Jake Gyllenhaal in Zodiac, 2007

CANTINE E PERTUGI NASCOSTI: Il buio della mente umana, la bassezza delle sue azioni, trova il suo perfetto doppio ambientale nelle cantine, nei pertugi, nelle rientranze dapprima nascoste, poi aperte, ispezionate, vissute dai personaggi di David Fincher. Le scene del crimine di Mindhunter sono la visione speculare dell’animo infernale che le ha concepite. Gli stessi uffici del bureau affidati a Ford e Tench si trovano nei piani bassi dell’edificio dell’FBI. In quei mondi nascosti si trova il cuore pulsante della storia; le chiavi che li aprono, o i nastri che li nascondono, sono elementi ipertrofici dell’essere umano indagato dalla macchina da presa di Fincher. Le cantine, le rientranze, le stanze nascoste che costellano l’opera del regista raccolgono il senso profondo di paura e potenziale timore che ci pervade una volta messo lì piede; un senso claustrofobico prende il sopravvento, complice l’istintiva la paura che vuole quella porta chiudersi e mai più aprirsi, tenendoci prigionieri; prigionieri come i protagonisti delle opere di Fincher, tenuti schiavi del raccoglitore mentale delle loro, o altrui paturnie. Quello immortalato dal regista è dunque uno spazio metaforico riflettente l’azione della coralità interpretativa su cui si sviluppa il suo cinema. Il protagonista non agisce mai da solo, ma è parte di un gruppo, di una rete di carbonari (The Game), di una comunità sotterranea (Fight Club), religiosa (Alien3), di nerd (The Social Network) o di detective della mente (Mindhunter) che trovano negli spazi bui, nascosti sottoterra i propri doppi ambientali. A immortalarli, una macchina da presa che, a differenza del campo di visione dei protagonisti, passa attraverso le cose, supera tutto, salta gli ostacoli passando attraverso muri, toppe, porte. La cantina di Zodiac, quella di Fight Club, Panic Room, della casa del padre di Nick in Gone Girl; lo spazio freddo fatto di cunicoli sotterranei e bui in cui si muove Ellen Ripley (Sigourney Weaver) in Alien3, lo scantinato del palazzo di Wennerströmi e quello di Martin Vanger in Millenium, la stanza in cui ha luogo il party caraibico e davanti al cui ingresso Mark spiega a Eduardo l’idea di The Facebook in The Social Network, i seminterrati ispezionanti da Somerset sono luoghi della mente fattisi materiali.

Rosamund Pike in Gone Girl, 2014

FOTOGRAFIA: Un abbraccio di tonalità fredde: ecco cos’è la fotografia dei film di David Fincher. Una coperta di sfumature di grigio che avvolge il mondo attraversato dai suoi protagonisti, e che solo nel confortevole momento del ricordo si riscalda di colori caldi. Eppure, sebbene abbacinata da una lieve tinta seppia, rosea o giallastra (The social network, Gone Girl, Il curioso caso di Benjamin Button), ciò che investe lo spettatore è un alito gelido di solitudine, sospetto, incapacità di cogliere appieno la realtà che circonda i personaggi sulla scena. Sono luci di neon, lampioni, torce, flash di macchine fotografiche, zampilli di luce artificiale, come finto e illusorio è il senso di serenità o successo prontamente perduto dai suoi protagonisti. Perfino in Fight Club, film giocato su un impianto visivo dai continui rimandi videoludici, l’unica tinta che emana calore umano è il rosso del sangue che avvolge tutto ciò che attraversa lo sguardo della cinepresa, dalle magliette, al pavimento. Il resto è un susseguirsi di cromatismi soffocanti e cupi. Le tenebre avvolgono il carcere in disuso in cui si apre Alien3 proprio come avvolge, enfatizzandole, le ombre che invadono le sale degli interrogatori in Mindhunter. Ne deriva un costante gioco dialettico tra luci e ombre che investe lo spazio di azione andando a reduplicare quello generato nella mente dei protagonisti. Una lotta ai limiti del precario equilibrio tra razionalità e inconscio. 

Morgan Freeman e Bradi Pitt in Se7en

PROTAGONISTI AGLI ANTIPODI: detective navigato e giovane intraprendente, istintivo e ambizioso. Tench e Ford sono il giorno e la notte, i due poli opposti di una batteria che una volta privata di uno dei due non può avviare il motore delle indagini. Spinti da forze dicotomiche, alimentate da caratteri diametralmente opposti, i due protagonisti di Mindhunter giocano su una doppia visione, la stessa che ha dato vita a una lunga serie di coppie fincheriane: dal duo Somerset-Mills di Se7en, a quello del milionario misantropo e del fratello ripudiato in The Game, passando da Fight Club, a Eduardo e Mark in The Social Network, fino alla lotta uomini-donne in Millenium, Panic Room e Gone Girl.

AEROPORTI E CORSE IN MACCHINA: il punto nevralgico di molte scene in Mindhunter è costituito da spostamenti in macchina o in aereo. Ligi al lavoro, i due protagonisti sono disposti a viaggiare per chilometri pur di raccogliere testimonianze e confessioni; ma è all’interno di un’auto, o tra i corridoi di un aereo, che Holden e Tench si confrontano e si confessano tra paure, timori, sbagli. Tra loro le parole volano, riempendo e attecchendosi ai sedili dell’aereo, o sul volante di una macchina. Scene gemelle di quelle che scorrono in The Social Network, Se7en, Millenium, Fight Club, dove le poltrone degli aerei accolgono il corpo insonne del protagonista, mentre quelli delle auto provano il brivido della morte. L’automobile è anche il luogo dove Amy compie la sua trasformazione in Gone Girl, mentre è sempre una macchina a spezzare la carriera di Daisy in Il curioso caso di Benjamin Button.

La pellicola è dunque per David Fincher un canovaccio su cui imprimere nuove idee, nuovi mondi, prendendo in prestito da chi, prima di lui, ha costruito universi simili; un nuovo cosmo abitato da costanti, ripetizioni, refrain stilistici, iconografici e tematici che trovano in Mindhunter la sua più fulgida, perfetta collisione creativa in un big bang visivo di perfetta bellezza.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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