Monolith

Recensione in anteprima del film di Ivan Silvestrini
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L’estate cinematografica del 2017 ce la ricorderemo come una fra le più povere, sia per le uscite che per gli incassi. Le ultime uscite forti sono state quelle di Spiderman: Homecoming e The War – Il pianeta delle scimmie a luglio. Dopo, pressoché il nulla. Italiani non pervenuti. Almeno, fino al 12 agosto: dal sabato prima del Ferragosto (parleremo un’altra volta di destagionalizzazione) arriva infatti in sala Monolith, diretto da Ivan Silvestrini (2night) da un soggetto di Roberto Recchioni.

La storia è presto detta: Sandra (Katrina Bowden) intraprende un viaggio col figlio David a bordo di una Monolith, auto d’ultimissima generazione, dotata di intelligenza artificiale e efficientissimo sistema di sicurezza, in grado di sigillare ben bene l’auto e proteggere l’interno dagli attacchi esterni. Che succede però se la mamma resta chiusa fuori, il figlio dentro sigillato nel seggiolone, tutto questo di notte e in mezzo al nulla? High-concept movie.

Monolith lo si può ricondurre all’esperienza dello splendido Mine di Fabio Guaglione & Fabio Resinaro. Anche quello un high-concept movie: che succede se un soldato in mezzo al deserto mette il piede su una mina, e se la alza salta in aria e deve aspettare chissà quanto prima che arrivino i soccorsi? Può essere accostato sia per l’ambientazione, molto simile (lì era il deserto qui una strada deserta), sia per la storia che in entrambi i casi si concentra esclusivamente sull’eroe la sua lotta di sopravvivenza. Quella di Sandra nasce a causa di e sviluppa contro l’iperprotezione e l’eccessivo desiderio di sicurezza.

Monolith però non è Mine, non per mancata ambizione o incapacità di regista o attrice (tutt’altro), ma per alcuni problemi a livello di scrittura. Che il conflitto esterno, extra-personale della protagonista (la lotta cioè contro l’auto) sia buono, è cosa assodata. Meno buona è la trattazione del conflitto interno, personale di Sandra. Il soldato Mike di Mine (un ottimo Armie Hammer) era in lotta coi demoni e con la mina, il conflitto era dentro e fuori, e per tutto il film gli si voleva bene.

Con Sandra è un po’ più difficile: c’è infatti uno zoppicante primo atto di presentazione del personaggio, con svogliate semine poi non raccolte: (saltate le prossime tre righe se volete evitare spoiler) incontra quelli che potrebbero essere dei potenziali nemici, ma non li si vede più, dovrebbe raggiungere il marito (è il motivo della deviazione) ma c’è solo un brutto finto flashforward. Un paio di volte vien fatta menzione del suo passato, che pressoché mai ritorna con flashback.

A questo punto si potrebbe però  obiettare: a quei pochi, dato il periodo, che pagheranno per vedere il film interesserà la lotta contro la macchina! E infatti sarebbe da stolti guardare il dito e non la Luna.

Ma se davanti c’è un dito che non ci permette di godere della Luna nella sua interezza, non si può non segnalarlo. Non sarà un film perfetto, ma avercene!

E allora guardiamo la Luna e riteniamoci comunque soddisfatti di un prodotto di questo tipo, del fatto che abbia anima italiana e che venga coraggiosamente (forse troppo?) distribuito in un periodo letale come questo. Chi sono i coraggiosi? Quelli di Vision Distribution (Sky + Cattleya, Wildside, Lucisano Media Group, Palomar e Indiana Production): è il primo film di questa nuova società di distribuzione, e non gli si può che augurare bene.

P.S. ma un bel franchise? A Sandra è andata così, ma ci saranno altri possessori di Monolith in giro, no?

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Emanuele Paglialonga

Classe 1995, autore e sceneggiatore. Mi raccomando con questa cosa del cinema.
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