Moschettieri del Re

La recensione del film di Giovanni Veronesi in sala dal 27 dicembre
moschettieri del re

Parlare di un film come Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi non è facile. È senza dubbio encomiabile l’idea di voler realizzare un film di cappa e spada e dare dunque al cinema italiano un po’ di respiro di genere in un anno molto infelice dal punto di vista degli incassi e abbastanza mediocre da quello artistico, salvo poche eccezioni che si possono contare sulle dita di una mano. Non è facile parlarne perché il film stesso contiene in sé uno slancio verso l’alto, verso qualcosa di diverso e fresco, e diversi pesi che impediscono alla mongolfiera di prendere il volo, lasciandola inevitabilmente ancorata a terra.

Il film parte da un presupposto interessante: declinare in chiave di commedia i Moschettieri di Dumas, ma non quelli giovani aitanti bensì quelli più in là con gli anni, acciaccati, alcolizzati e depressi. Nonostante il film mantenga (o si sforzi di mantenere) toni di commedia, vi sono alcuni piccoli momenti di malinconia che impreziosiscono il tutto e che quasi fanno pensare che farne una commedia amara alla Amici Miei sarebbe stata una chiave di maggior successo.

Per chi ancora non lo sapesse: i protagonisti del film sono Pierfrancesco Favino nei panni di D’Artagnan, Rocco Papaleo in quelli di Athos, Valerio Mastandrea nelle triste vesti di Porthos Sergio Rubini nella tonaca di Aramis. Il migliore in campo è senza ombra di dubbio Favino. Il suo D’Artagnan ha un linguaggio in chiave Armata Brancaleone efficace e divertente soprattutto nella prima parte. La gag migliore è all’inizio del film ed è legata proprio a lui: ogni volta che D’Artagnan scende da cavallo, il cavallo scappa.

È D’Artagnan il primo moschettiere a comparire nel film: viene reclutato dalla Regina Madre (Margherita Buy) per un’importantissima missione, e gli viene affidata la missione di reclutare gli altri tre ex “componenti della banda”. La prima metà del film è infatti il reclutamento, e in buona parte regge.

Quali sono i pesi che affossano la mongolfiera di Moschettieri del Re? Intanto, a livello di sceneggiatura, da metà film in poi la trama diventa piuttosto confusa e la missione tanto importante perde di significato. Le sequenze d’azione non sono riuscitissime: sia qui che in La befana vien di notte c’è il tentativo quasi furbo di occultare i difetti di tali sequenze ambientando le scene di notte, con poche luci e molto buio: i personaggi combattono, i combattimenti non sono proprio ben coreografati, però è buio e non capisco cosa sta succedendo. No cari: in un film di cappa e spada almeno un combattimento decente deve esserci.

Il dramma tuttavia è il finale, o meglio il pre-finale, quello che chiude la storia dei Moschettieri, è sostanzialmente aperto: tutto quello che abbiamo visto non ci ha portati da nessuna parte. Questo tuttavia sarebbe anche comprensibile in chiave industriale: il film è stato venduto con la tag-line “La penultima missione”: c’è l’intento di fare un sequel? Chissà. Il problema principale è il vero finale: senza star qui a spoilerarvi nulla, gli ultimi cinque minuti riportano il film coi piedi per terra, in una realtà che speravamo di aver abbandonato per un’ora e mezza tutto sommato spensierata, e che invece ritorna prepotente, annulla quel che abbiamo visto e ci lascia con un grande senso di amaro in bocca.

Insomma, il cinema Italiano è ancora una volta il bambino che potrebbe fare di più, ma non si applica.

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Emanuele Paglialonga

Classe 1995, autore e sceneggiatore. Mi raccomando con questa cosa del cinema.
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