Motherless Brooklyn – La Recensione

“La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa” affermava George Gershwin. Un’onda anarcoide, senza freni, che sai da dove nasce, ma non puoi prevedere come finirà....
Motherless Brooklyn

La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa” affermava George Gershwin. Un’onda anarcoide, senza freni, che sai da dove nasce, ma non puoi prevedere come finirà. Così è il jazz, e così è l’esistenza umana, soprattutto quella raccontata da Edward Norton in Motherless Brooklyn. L’attore di Fight Club è un doppio creatore del personaggio di Lionel Essrog non solo perché ne costruisce e registra il mondo a lui circostante, ma lo porta in vita, carpendone segreti, idiosincrasie e tic incontrollabili.

Ispirato all’omonimo romanzo di Jonathan Lethem (“Brooklyn senza madre” nella versione italiana) Motherless Brooklyn (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma 2019) segna il secondo film da regista di Edward Norton.  Ambientato in una New York degli anni Cinquanta, il film segue le indagini di Lionel sulla morte del suo mentore e datore di lavoro, il detective privato Frank Musso (Bruce Willis). Che le sue indagini siano fuori dal comune lo anticipa la persona stessa di Lionel, un uomo da una memoria prodigiosa, leale e di un’intelligenza sopraffina. Lionel soffre, però, anche della sindrome di Tourette che gli fa produrre suoni, versi e parolacce totalmente fuori controllo. Quando la frammentazione caotica delle sue ricerche incontrerà la bella attivista Laura, sempre in lotta per i diritti della comunità afroamericana, ogni tassello troverà il suo giusto posto.

Motherless Brooklyn è come la testa del suo protagonista: anarchica, eppure orientata verso un ordine impossibile da raggiungere perché sviluppata su un filo sfilacciato, rovinato, annodato. Norton vorrebbe dire tante cose senza dirne davvero nessuna; tra le mani ha sub-plot, personaggi, strade a triple corsie da percorrere, e invece di selezionare accuratamente cosa tralasciare e cosa indagare, preferisce parlare di tutto, innescando un cortocircuito in cui è difficile per lo spettatore orientarsi senza perdere la bussola. Caotico e senza regole, se il cervello di Lionel vanta l’invidiabile abilità di trovare un posto per tutte le cose, recuperando un dettaglio trascurato e risolvere così un caso, l’opera di Norton brancola nel buio, aprendo varie sottotrame e lasciarle lì in sospeso, senza epilogo. Insomma, troppe idee a fronte di una non sempre chiarezza di gestione e organizzazione.

Se come direttore del traffico filmico-narrativo Norton ha alquanto deluso le aspettative, come interprete sfoggia un’interpretazione encomiabile. Lui, perfetto “presta-corpo” di uomini fuori dall’ordinario, dalle menti contorte e a volte rotte nei loro meccanismi basilari, con Motherless Brooklyn aggiunge un importante tassello alla personale galleria di personaggi bizzarri e per questo sublimemente attrattivi. Ogni tic del suo personaggio è un indice ritmico che lega insieme questa sinfonia cittadina, piena di input e indizi. Contemporaneamente, Lionel racchiude in sé sintomi e ricordi dei suoi precedenti cinematografici, assimilati e accolti a piene mani dallo stesso Norton, gettati in un frullatore per poi essere in lui riversati. Da Fight Club, a Birdman, nello sguardo di Lionel, in ogni sua piccola azione o gesto si nasconde l’ombra di un personaggio chiave nella carriera di Norton. Uno sguardo al passato, àncora di sicurezza e comfort per il regista-attore, da estendere anche a un livello più (pro)filmico. L’uso delle luci, della cupa fotografia, le inquadrature in soggettiva, gli sguardi in camera e l’uso del voice over, non solo rimandano l’opera al suo genere di appartenenza (il noir classico, alla Mistero del Falco, o alla Fiamma del peccato e Chinatown) ma auto-cita il passato extra-diegetico del suo autore, con rimandi e citazioni che sta allo spettatore indagare, come una caccia al tesoro in formato 16:9. Oltre all’ottima fotografia firmata Dick Pope, ad apportare uno dei più importante contributi tecnici è il montaggio secco e veloce di Joe Klotz, perfetto riflesso speculare-visivo del ritmo sincopato dei jazzmen.

Non giova invece l’uso ridondante e a volte eccessivo nei toni e nel volume di una colonna sonora sempre pronta a sovrastare quella visiva, quasi schiacciandola. La voce di Thom Yorke è perfetta, si adatta perfettamente alle immagini che scorrono sullo schermo, eppure vi sono dei momenti in cui il suo farsi largo tra gli interstizi del visivo risulta invadente, fuori luogo. Lo stesso tema musicale che accompagna molte delle scene madri dell’opera, (e che ricorda forse un po’ troppo la musica di Piovani de La vita è bella) se a volte esalta emotivamente gli abbracci, gli sguardi tesi, o le corse per la città che legano le vite dei personaggi sullo schermo, dall’altra risulta alquanto opprimente, indebolendo passaggi altrimenti più di impatto se lasciate nel silenzio più assoluto (Alfred Hitchcock docet).

In generale, il jazz è sempre stato simile al tipo d’uomo col quale non vorresti che tua figlia uscisse” chiosava Duke Ellington, e forse Lionel e l’intero universo di Motherless Brooklyn, proprio per quel suo essere caotico e poco incisivo nelle proprie scelte da perseguire, non ispira sicurezza e stabilità. Il cuore c’è e si sente battere forsennatamente, dopotutto è un sentimento di vera ammirazione per il testo di partenza ad aver spinto Norton a realizzare questo film. Eppure troppa carne è stata messa sul fuoco, e l’attore-regista non si è rivelato del tutto in grado di cucinarla a puntino, lasciandola bruciare tra i bordi, e servendola invece cruda, incompleta, al centro.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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