Napoli Velata

La recensione del nuovo film di Ozpetek con Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi
napoli velata

Dopo la parentesi a Istanbul Ferzan Ozpetek torna in Italia e più precisamente a Napoli, per realizzare il suo nuovo film: Napoli Velata. La città partenopea, che fa da sfondo alla vicenda, non è vista con gli occhi di un turista ma con lo sguardo penetrante, sensibile e sempre alla ricerca di meraviglie che caratterizza il regista di origine turca.

Se l’intento fosse stato di realizzare un documentario d’autore su Napoli e sulla sua magica ambiguità, il delicato tocco di Ozpetek che la ritrae misteriosa, affascinante, barocca e sensuale, avrebbe portato a ottimi risultati. E invece no. Il film è un thriller (o quantomeno ne ha la pretesa) e i protagonisti sono Giovanna Mezzogiorno − alla sua seconda collaborazione con il regista, dopo “La finestra di fronte” che le aveva valso il David di Donatello e il Nastro d’argento − e Alessandro Borghi, figura di spicco della recente stagione cinematografica nostrana.

Un thriller dicevamo, ma Svelato malgrado il titolo, data la (quasi) totale assenza di tensione e capacità di sorprendere lo spettatore. Gli ingredienti principali del genere sarebbero presenti: un delitto, un mistero e la scoperta finale di una verità inaspettata. Eppure Napoli Velata non funziona, non avvince e, giunto al termine, non appaga lo spettatore, sebbene la sua struttura narrativa ricalchi lo schema dei migliori esempi del genere.

Non bisogna però pensare che il film venga penalizzato solo dalla decisione di costringerlo in un genere cinematografico quale quello del thriller (o del noir, o del dramma in generale) al quale non riesce ad appartenere. Non convincono le interpretazioni dei due protagonisti, di solito attori migliori, e la sceneggiatura con i suoi dialoghi forzati e un ritmo narrativo che arranca.

Resta solo lo sfondo di una città magnificamente ritratta, al quale il regista sembra essersi dedicato più che a tutto il resto; Napoli è quasi un altro personaggio della vicenda, il migliore. Peccato per quel “quasi”.

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