Nelle pieghe del tempo

La recensione del nuovo film live action targato Disney con Oprah Winfrey e Reese Witherspoon
nelle pieghe del tempo

Quando le migliori intenzioni si combinano con le capacità di grandi professionisti, il risultato non potrà che essere positivo. A livello ideale è questa la formula che ci piacerebbe veder sempre confermata dai fatti, perché in un mondo incerto e imprevedibile come quello del cinema, avere delle costanti aiuta a non perdere l’orientamento. Eppure, a livello pratico, i fatti hanno da sempre dimostrato che le due premesse iniziali non sono garanzia di successo, e anzi la storia di quest’arte sembra voler rendere manifesto che l’unica regola dominante l’industria cinematografica è che non esiste una regola.

Nelle pieghe del tempo rientra in quei casi di film che nascono da ottimi propositi e con grandi obiettivi, ma che non si avvicinano ai risultati sperati. Tra le cause dell’insuccesso vanno escluse sia la limitatezza del budget – che si aggira attorno a 100 milioni di dollari – sia il problema delle interpretazioni: Oprah Winfrey, Reese Witherspoon, Zach Galifianakis e Chris Pine sono solo alcuni dei nomi che compongono il cast. Alla storia, in questo caso tratta dall’omonimo romanzo degli anni Sessanta di Madeleine L’Engle, non si può mai affidare la totalità della colpa. Restano allora il discorso della sceneggiatura e della regia. Per quanto non ci piaccia puntare il dito, e sempre tenendo a mente il fatto che un film sia frutto di un lavoro collettivo, è alla messa in scena e al suo scheletro di parole che si deve l’esito fallimentare di Nelle pieghe del tempo.

La struttura narrativa ruota su se stessa e nasconde dietro a un eccessivo ricorso agli effetti speciali le falle derivanti dall’assenza di una visione d’insieme. O meglio, uno sguardo generale sull’opera è presente ma la lunga traiettoria che collega il suo inizio con la fine è costellata dal succedersi di situazioni e dialoghi che ne rallentano l’andatura e che sfidano la nozione di “intrattenimento”.

La regia di Ava DuVernay è forse il principale problema di Nelle pieghe del tempo. La cineasta afroamericana, scelta appositamente dalla Disney per dare anche un taglio interrazziale all’opera, sembra contraddistinguersi per l’assenza di un vero e proprio stile. Questa critica apparentemente ricorda quella rivolta ai registi della Hollywood classica considerati dei meri artigiani. Ma la differenza più evidente è che se quest’ultimi sapevano valorizzare ogni situazione attraverso il giusto sguardo, la DuVernay ricorre quasi sempre a primi o primissimi piani, eliminando le connotazioni spaziali e confondendo lo spettatore fino allo sfinimento.

Nelle pieghe del tempo avrà però un grande merito forse non previsto inizialmente dalla Disney, ovvero di dimostrare che le donne nel mondo del cinema devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità dei colleghi uomini e che dunque, come loro, sono soggette alle stesse possibilità di fallimento.

5
  • 5
Categorie
NewsRecensioni
Nessun Commento

Rispondi

*

*

ABOUT US

CONSIGLIATI

Questo sito utilizza dei cookie, anche di terze parti, necessari al corretto funzionamento e secondo le finalità illustrate nella Privacy Policy Read More, dove trovi maggiori informazioni e anche indicazioni su come eventualmente negare il consenso a tutti o alcuni cookie. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza dei cookie, anche di terze parti, necessari al corretto funzionamento e secondo le finalità illustrate nella Privacy Policy, dove trovi maggiori informazioni e le indicazioni su come eventualmente negare il consenso a tutti o alcuni cookie. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

Continua