Non ci resta che il crimine

La recensione della nuova commedia di Massimiliano Bruno, nelle sale dal 10 gennaio
non ci resta che il crimine

Nel vasto mare della produzione italiana, Non ci resta che il crimine continua a cavalcare l’onda del revival anni ’80 che tanto ha entusiasmato il pubblico in questo ultimo periodo, sia in televisione che al cinema. La nuova commedia del regista e sceneggiatore Massimiliano Bruno parte infatti da un’ammiccante e godibile idea di partenza, molto familiare per chi ancora gira per Roma citando le battute della Banda, ma purtroppo la disfatta si nasconde sempre dietro l’angolo.

Nonostante il gruppo di scrittori sia di tutto rispetto – Bruno, Andrea Bassi, Menotti e Nicola Guaglianone – la storia di questo nuovo gruppo di improvvisati faccendieri arranca e inciampa troppe volte, colpa del tour citazionista nei luoghi della più famosa banda criminale della Capitale e delle situazioni spiritose troppo stereotipate sull’idea del criminalotto romano creatasi in conseguenza delle deformazioni di certe vicende, raccontate soprattutto in TV con estrema superficialità.

Le stesse esasperazioni che ritroviamo in Non ci resta che il crimine, dove De Pedis arriva addirittura a vestire gli abiti dell’ingenuo, tradito da tutti: il processo di negazione storica è ormai arrivato al punto di cancellare la vera realtà dei fatti, trasformando determinate figure in macchiette e figurine senza spessore, utilizzati esclusivamente per perpetuare il successo di un prodotto che, in questi termini, non tira più.

Il cast è quello dei volti più noti del momento: Giallini, Gassmann, Leo, Tognazzi e la Pastorelli. Ma la bravura individuale non basta a salvare le sorti del film, avventura spazio-temporale che catapulta lo spettatore in una realtà di delinquenza improbabile, che di comico ha ben poco da offrire.

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Martina Amantis

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