Rachel

La recensione del film con Rachel Weisz, Sam Claflin e Pierfrancesco Favino
Rachel

Quando si parla di cinema, e in particolare di piacere cinematografico, il primo pensiero non può che andare al meccanismo dell’identificazione. Se ciò avviene inconsciamente è anche perché il procedimento stesso ha inizio senza che lo spettatore se ne accorga; questi si ritrova così a ridere o a piangere per situazioni che non lo riguardano, in virtù del fatto che l’identificazione con il protagonista è uno dei principali generatori del piacere della visione.

Ma cosa succede quando il personaggio primario è talmente antipatico e il suo comportamento così stolto e inadeguato da non risultare giustificabile nemmeno dalle persone, fittizie, che lo circondano nella storia?

Questo è il grande problema di Rachel, il nuovo film di Roger Michell (Notting Hill), che sembra sfidare le capacità empatiche del suo pubblico, pretendo da quest’ultimo un eccessivo impegno nel tentativo di stabilire un qualsiasi legame emozionale con il personaggio che dovrebbe guidare la narrazione.

Non è certo il primo film a proporre un “eroe” sgradevole, ma in una storia che fa dell’ambiguità del personaggio femminile il suo nucleo tematico, sarebbe più soddisfacente per lo spettatore poter contare almeno su una coerenza di sentimenti nei confronti della parte maschile.

In questa vicenda di amore e disperazione, di mistero e morte, l’atmosfera ottocentesca accuratamente raffigurata, diretta erede del romanzo da cui il film è tratto – “Mia cugina Rachel” di Daphne du Maurier – rimane piacevole da osservare ma difficile da penetrare. Non è l’inaccessibilità della verità su Rachel a limitare il coinvolgimento dello spettatore, bensì l’impossibilità di stabilire da che parte stare, se da quella del giovane Philip (Sam Claflin) infatuatosi della cugina, o della femme fatale splendidamente interpretata da Rachel Weisz.

Alla fine di Rachel, le ipotesi e le speculazioni che il finale ambiguo vorrebbe suscitare nello spettatore lasciano subito il posto a un ipotetico desiderio di visitare i magnifici luoghi della Cornovaglia (dove il film è ambientato) ma soprattutto al rimpianto di aver visto Pierfrancesco Favino in un ruolo così secondario.

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