Resta con me

Arriva nelle sale l'ultimo survival movie impreziosito di romance con Sam Claflin e Shailene Woodley
resta con me

Da qualche tempo a questa parte circola su Facebook un post esilarante in cui vengono riuniti diversi poster di film (Le pagine della nostra vita, The Best of Me, The Last Song, Vicino a te non ho paura, Ho cercato il tuo nome e il più recente Resta con me) sotto la dicitura “white people almost kissing” – ossia “ragazzi bianchi che quasi si baciano”. La similitudine della campagna pubblicitaria qui messa alla berlina rivela in essere una reiterazione ancora più profonda da ricercarsi nel nucleo narrativo. Se le coppie sono colte in procinto di baciarsi sulle locandine, così le loro storie d’amore si rassomigliano tutte per dei destini infausti pronti a mettere a dura prova le loro esistenze (non a caso molte – se non quasi tutte – di questi racconti nascono dalla penna del medesimo scrittore, Nicholas Sparks). Non si sottrae a questo gioco di “copia-e-incolla” nemmeno Resta con me, film diretto da Baltasar Kormákur con protagonisti Shailene Woodley e Sam Claflin, tratto dalla storia vera di Tami Oldham Ashcraft. L’autenticità degli eventi raccontati è ben sottolineata sin dall’incipit, con quel “based on true story” campeggiante sotto il titolo del film, quasi per avvalorare ancor più la componente emozionale e commuovente della storia. Il problema è che per un pubblico ormai assuefatto da questa tipologia di opere la straordinarietà comprovata dell’intreccio si sfalda perdendosi nell’ordinarietà dell’ennesima riproposizione melodrammatica.

E così l’uragano Raymond, lo stesso che danneggia l’imbarcazione su cui si trovano Richard e Tami lasciandoli alla deriva per 41 giorni, colpisce e danneggia anche la stessa pellicola; ma a far affondare e scuotere le immagini in movimento non sarà una distesa marina fatta di lacrime spettatoriali, bensì un marasma di luoghi comuni e cliché che nemmeno il pensiero che tutto ciò che è stato propinato sullo schermo sia accaduto veramente, riuscirà a trarre in salvo. Certo, il pubblico più sensibile continuerà inesorabilmente a piangere dinnanzi alla sfortunata storia di questi giovani amanti, ma quello più attento troverà tutto, anche il plot-twist finale, come qualcosa di già visto.

Plauso a parte merita la regia dinamica di Kormákur. La sua macchina da presa non perde di vista i propri protagonisti; attirata a loro da una forza misteriosa li pedina, fino a mostrarsi e farsi sentire in tutto il suo affannoso dinamismo. Il cine-occhio del regista islandese si trasforma dunque in sguardo esterno ed ipertrofico dei due personaggi, un riflesso speculare che imita i loro movimenti e cerca di carpire e interiorizzare le loro gioie e i loro dolori. Analogamente a quanto compiuto nel suo film precedente – Everestil cinema di Kormákur si fa portavoce di sguardi atti a cogliere, come eroi romantici in preda alla bellezza sublime, l’imponenza della natura e il suo carattere più inafferrabile e capriccioso. La natura si “antropofizza” e diventa attrice, mentre l’uomo un piccolo spettatore passivo, limitato ad osservare le sue gesta maestose. La piccolezza dell’uomo sulla grandiosità del paesaggio che lo accoglie è anche qui rimarcato da inquadrature aeree – le uniche di ampio respiro che distaccano la sua regia da un ancoraggio di sguardo fisso sui protagonisti – così rimembranti nel loro sentimento di sublime i quadri di Friedrich. Interessante anche il gioco di intreccio tra flashback e presente. Una treccia a due estremità che si abbracciano sinuosamente, unendosi sempre più man mano che si avvicinano alla punta finale e che donano alla pellicola un giusto ritmo avvalorato da un’altrettanta ottima regia. Senza l’intermissione di transizioni atte a separarli, passato e presente si congiungono in un abbraccio lungo 90 minuti, diventando della stessa essenza. Un po’ come Richard e Tami uniti insieme fino alla fine.

Se l’aspetto registico è dunque il punto di forza di Resta con me, la sua controparte attoriale non risulta altrettanto mordace. Sam Claflin ci ha ormai preso gusto ad innalzarsi a eroe sfortunato dei survival-movie impregnati di romanticismo melenso (si pensi a Io prima di te). Dal canto suo Shailene Woodley alterna urla di felicità a pianti poco sommessi e tanto – forse troppo – caricati di profondo dolore, dimenticandosi di colmare il vuoto che intercorre tra questi due poli emotivamente opposti con una performance più profonda di quella offerta. Non che la sceneggiatura dia adito a interpretazioni più introspettive di quelle portate sullo schermo, eppure questo deficit performativo non è altro che l’ennesimo tassello di un puzzle incompleto. Un puzzle che, tra pezzi mancanti e immagini poco vivaci, non ha nulla di straordinario, quando straordinario (almeno sulla carta) lo era.

6
  • Voto
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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