Richard Jewell – La Recensione

Il film dal 16 gennaio nelle nostre sale...
richard jewell

È sempre difficile capire dove inizia Clint Easwood e dove finisce un suo film, tracciare una linea nel punto esatto in cui l’attore e regista ha deciso di smettere di parlare della storia che ha portato su schermo e di iniziare a parlare di un’altra storia. La sua. Linea grande o linea piccola, Eastwood ormai è maestro nell’individuare la storia più adatta ad incastrarsi con la sua ideologia (perché di quello si tratta), riescendo sempre nell’impresa di declinare e deluire il suo messaggio in un racconto che vive anche di vita propria.

Ovviamente Richard Jewell non fa eccezione, raccontando la storia dell’eroe diventato senza volerlo criminale ma individuando in questo processo due colpevoli ben precisi: i media americani e l’FBI. Un’accusa palese, pronunciata da Eastwood attraverso le parole di uno dei suoi personaggi, l’avvocato difensore del protagonista (un Sam Rockwell in versione comic relief) e che trova perfettamente senso se inserita nella politica americana tanto cara ad Eastwood e nel racconto, la vera storia di Jewell, dell’uomo che amava il suo paese e che da questo è stato tradito.

Questa continua ricerca del messaggio politico e personale finisce inevitabilmente per far perdere qualcosa al film, perfettamente inserito nel cinema di Eastwood per semplicità visiva e narrativa in cui l’assenza di fronzoli e virtù è resa sopportabile solo grazie ad alcune interpretazioni (Kathy Bates su tutte) e all’umanità che traspare dalla storia del protagonista.

Pur non privo di difetti, Richard Jewell vive comunque come racconto giornalistico di un caso di cronaca talmente unico e potente che sarebbe potuto risultare vincente anche spogliato della patina ideologica del suo regista. Non un passo indietro dopo Il Corriere ma, se vogliamo, un cambio di registro che dal personale passa al nazionale.


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Francesco Martino

Scrivo di cinema e faccio le pubblicità.
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