Rimetti a noi i nostri debiti

La recensione del primo film italiano firmato Netflix, con Marco Giallini e Claudio Santamaria
Rimetti a noi i nostri debiti

Dietro Rimetti a noi i nostri debiti c’era sicuramente molta curiosità perchè da un lato portava sullo schermo una coppia di grandi attori (Marco Giallini e Claudio Santamaria), dall’altro perchè segnava l’arrivo del primo film italiano firmato Netflix.

Il film di Antonio Morabito (Il venditore di medicine) – che racconta di Guido (Santamaria) che senza più un lavoro e pieno di debiti decide di iniziare a saldarli lavorando per i suoi creditori, e qui verrà formato dal migliore sulla piazza, Franco (Giallini) – poteva essere un buon dramma, cupo o gritty come direbbero gli americani, oppure una dramedy più votata a toni duri che scherzosi, e invece non è nessuna delle due cose.

Rimetti a noi i nostri debiti si ferma in una via di mezzo tra questi due generi: Antonio Morabito e Amedeo Pagani, che hanno curato la sceneggiatura, riempiono la pellicola Netflix di tanti, troppi e terribili tempi morti (per fare un esempio, i primi cinque minuti sono davvero uno strazio) e la storia irrimediabilmente si perde su una strada che porta ad un nulla di fatto con un finale insipido. Restano, nella pellicola, momenti buoni coadiuvati da un fantastico Marco Giallini, e le buone intenzioni di voler fare un film italiano che richiama il genere “povero” che riempiva i nostri cinema negli anni ’70, ma il lavoro di Morabito non riesce ad osare e andare più in là di dove si ferma, ed è un vero peccato.

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Davide Merola

Classe '95. Affamato più di serie tv, ma costantemente perso tra i film anni '80 e quelli del Sundance. Ce la mette tutta per sembrare serio.
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