Venezia 75: Roma

Direttamente dalla Mostra di Venezia, e prima di vederlo su Netflix, ecco la recensione del nuovo film di Alfonso Cuarón
Roma

La Roma di Alfonso Cuarón non ha nulla della Dolce Vita italiana, dei viali lunghi inebriati da sughi appena fatti, o dolci appena sfornati, né dei negozi affollati di prima mattina, o degli innumerevoli luoghi turistici sparsi per la città; la Roma di Cuarón è un quartiere senza età, che odora di ricordi di passato, che porta sulle spalle il peso dei corpi di giovani caduti durante rivolte e sommosse, e il fumo dei ristoranti si mescola a quello dello sparo di mille pistole.

La Roma di Cuarón è un piccolo universo nella periferia di Città del Messico , che il regista premio Oscar ha voluto omaggiare portandola sullo schermo attraverso ricordi e immagini di un’infanzia perduta. Un film talmente sentito, cullato e nutrito di fantasia e memoria, che ha spinto il cineasta a curarlo in ogni singolo aspetto tecnico, dalla regia (ineccepibile) alla sceneggiatura (da un’emotività in continuo crescendo) fino alla fotografia. Con Roma Cuaròn crea il ricordo vivo, nel senso di esistente.

L’accensione della sua macchina da presa è il battito cardiaco di un regno di fantasmi lasciati assopiti per anni. Il suo è un passato che ritorna sotto forma di piani sequenza, carrellate, panoramiche e che per mezzo del cinema si svela per crearsi nuovamente in una nuova realtà. L’uso del bianco e nero non fa altro che esaltare in tutta la sua sublimazione la trasfigurazione di ogni singolo personaggio in spettro del passato ricalcante quello reale, immergendoli in uno spazio di atemporalità e di immortalità che solo il cinema può creare. la sua opera reduplica il lavoro della fotografia nel segno della “seduta spiritica” per quel suo cogliere un volto e immortalarlo, incorniciarlo tra i bordi di un’inquadratura e infine incollarlo per sempre in una galleria senza tempo e senza età chiamata “film”.

Ogni singolo gesto, anche il più insignificante della domestica Cleo, o dei membri della famiglia per cui la giovane lavora, viene sottratto del suo significato primario e riempito di bellezza ed eleganza. La macchina da presa di Cuarón insegue con rispettosa e religiosa distanza i propri personaggi, lasciando che siano loro a presentarsi per mezzo della loro quotidianità. Un’ordinarietà che una volta filtrata dall’obiettivo cinematografico del cineasta messicano si ammanta magicamente di straordinarietà.

Quante volte avremo visto o compiuto azioni come pulire il pavimento, cucinare, o scegliere la culla per un bimbo in arrivo? Eppure Cuarón prende ogni singolo momento e lo innalza verso una bellezza unica, estasiante, commovente. Cleo si fa dunque spirito guida, personaggio su cui ancorare il proprio sguardo e conoscere un mondo lontano, sia dal punto di vista spaziale che temporale. Il suo viaggio interiore alla scoperta di nuovi sentimenti è lo stesso in cui si imbarca lo spettatore, il quale finisce per divenire parte integrante di una comunità che ha imparato a stringersi e aiutarsi a vicenda.

Non a caso la regia di Cuarón si avvale di riprese dall’ampio respiro (campi lunghi, totali) così da cogliere costantemente le tessere di un puzzle umano che, una volta congiuntesi, regalano l’immagine di mondo solidale, che parla, balla, discute e piange insieme. L’innocenza e ingenuità della dolce Cleo è acuita dal naif interpretativo della propria protagonista, che è tutto meno che un’attrice professionista. Gli stessi bambini vengono immortalati nella loro continua allegria e dinamicità tanto da chiedersi se stavano o meno recitando. È un corpo ben saldato quello di Roma. Un corpo che ha negli occhi neri e profondi di Cleo il suo cuore pulsante e nell’acqua che bagna il pavimento il suo sangue ribollente.

9
  • Voto
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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