RomaFF12: Hostiles

La nostra recensione di Hostiles, film di apertura alla Festa del Cinema di Roma con protagonista Christian Bale
Hostiles

Nella sua essenza, l’anima americana è dura, solitaria, stoica e assassina. Finora non si è mai ammorbidita“. Quella di D.H. Lawrence non è solo una citazione, ma un monito per lo spettatore da tenere a mente nel corso di tutta la visione di Hostiles. Quella che apre l’opera di Scott Cooper è infatti la più cruda e tremenda rappresentazione dell’anima americana riassunta dall’autore. Un’incarnazione che si può benissimo ritrovare anche nel personaggio di Christian Bale, capitano dell’esercito che ha passato la vita a combattere le guerre indiane, e che non ha esitato a uccidere uomini, donne, bambini, per dovere, o per semplice vendetta, Eppure uno spiraglio di bontà, atta ad ammorbidire tale corazza potrebbe esservi.

Bisogna comunque sottolineare che l’essere umano – quindi non solo la società americana – ancora oggi trova insito in sé il bisogno di trovare un nemico da combattere. Che sia la routine giornaliera, la noia, o lo straniero giunto a condividere il nostro spazio, non ha importanza. Ci sarà sempre qualcosa che l’uomo deve sconfiggere. Un bisogno, questo, derivante dall’indole più animalesca che noi tutti abbiamo e, chi più, chi meno, tentiamo di lasciare sopito. Eppure vi sono stati anni, luoghi e momenti nella storia dell’umanità, in cui questo bisogno ha preso il sopravvento, lasciando che la mano della morte scrivesse le pagine più nere e cruenti del nostro libro chiamato “esistenza”. Molte di queste pagine si trovano raccolte sotto il capitolo della “conquista del west” e la conseguente decimazione dei pellerossa. Un momento storico che per quanto terribile continua ad affascinare il mondo delle arti, e del cinema in particolare. Di western il mondo di Hollywood alimenta da sempre la propria caldaia immaginifica; un appetito instancabile, che chiede ancora di essere nutrito. A contribuire a tale gioco di cattivi versus buoni, di uomini pallidi contro pellerossa senza pietà ci ha pensato Scott Cooper, il quale prende questo conflitto senza tempo per lacerare il precario confine etico tra chi siano veramente i giusti e chi i cattivi. Nell’universo di Hostiles nessuno è infatti innocente, così come nessuno è completamente colpevole. È un universo dove la giustizia danza insieme alla sanguinosa vendetta, mentre uomini, donne e bambini, come tante marionette, agiscono per volere di ideali macchiati dal velo dell’ira e dal rosso del sangue.

Quelle di Cooper sono inquadrature ad ampio respiro, colte sempre in campi lunghi, lasciando così alla morte la possibilità di muoversi con agilità e leggiadria tra gli esistenti di un ambiente prima arido, come il loro animo, e poi sempre più rigoglioso, mano a mano che la redenzione e il cambiamento di vedute prende piede in ognuno di loro. La scrittura è minimalista; il regista preferisce lasciare parlare i colpi delle pistole e le lacrime che rigano il volto di ogni personaggio. Sono pianti amari, mescolate al sangue che riveste di un manto fatto di sofferenza e dolore le mani, i capelli, le braccia dei protagonisti. Un’economia verbale che si contrappone a un sovraccarico di movimenti corporali, ma soprattutto facciali. La mimica espressionistica degli attori (Rosamund Pike in particolare) è capace di comunicare i più disparati sentimenti, lasciando che sul proprio volto prenda corpo la diatriba interna che logora l’animo dei loro personaggi.

Quella di Rosalie è infatti una disperazione per aver perso la sua famiglia che si trasforma in vendetta e poi perdono; lo stesso odio del Capitano Joseph J. Blocker nei confronti del mondo degli indiani d’America si trasforma in solidale richiesta d’aiuto; il tutto compiuto da Cooper senza il minimo lascito di eccessivo moralismo, o facile buonismo.

Hostiles
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Hostiles
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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