RomaFF13: Quello che non uccide

La nostra recensione del nuovo capitolo della saga con protagonista Lisbeth Salander
Quello che non uccide

È una Svezia fredda, ma non gelida quella di Quello che non uccide. Fredda perché la neve bianca ammanta già il suolo di un ambiente moderno e desolante; poco gelida perché quella distanza anempatica che separa Lisbeth Salander dagli altri – fil rouge imprescindibile delle opere di Stieg Larsson – manca qui del tutto. Lisbeth non è più la donna spinta da un atto vendicatore ben interpretata da Noomi Rapace prima, e Rooney Mara dopo. È una donna che si lascia salvare, vittima degli eventi e non più burattinaia del proprio e altrui destino. La stessa fotografia risente di questa mancanza di cupezza. Le tonalità sono cineree, si condensano nelle mille sfumature del ghiaccio, ma risultano incapaci di comunicare appieno un senso di raggelante imperturbabilità. In esse non si riscontrano quei brividi di terrore che Lisbeth dovrebbe suscitare. Chi ora ha paura e si deve salvare da mille carnefici nascosti dietro facce amiche è la protagonista stessa. Un fatto che si allontana del tutto da quanto portato sullo schermo in precedenza e dalle migliaia di parole che hanno riempito le pagine bianche di Stieg Larsson. La regia risulta alquanto ordinaria e anonima. La tematica è declinata in maniera deludente, tanto da sprofondare ben presto in una tediosità pretenziosa che tanto vorrebbe dire e poco riesce a comunicare. Perfino nel momento in cui il regista Fede Alvarez arriva a distaccarsi dal suo anonimato con movimenti di camera interessanti e ben congegnati, la narrazione non viene liberata dall’appiattamento generale. Nessuna angoscia; nessuna fredda incomunicabilità; nessuno spirito di vendetta per le violenze subite; viene a mancare il cuore pulsante di una delle saghe più lette e amate degli ultimi anni. Lisbeth è il risultato dell’imposizione maschile sulla donna; l’istinto animale che prevale sul raziocinio. Ogni ferita, ogni goccia di sangue è aria che la protagonista respira e da cui trae forza per vendicare imperterrita i femminicidi e le torture subite. Una figura quanto mai importante e necessaria nel panorama contemporaneo dominato dal movimento #metoo di cui Lisbeth è in un qualche modo l’antesignana letteraria e cinematografica. Elementi imprescindibili alla creazione del personaggio e qui del tutto tralasciati. Il thriller psicologico lascia spazio all’action più puro depotenziato da colpi serrati di grilletti costantemente premuti. Non vengono mai analizzate fino in fondo le motivazioni che spingono la protagonista a inseguire e indagare i bersagli delle sue azioni. I motivi scatenanti le varie fasi dell’intreccio, cioè, rimangono irrisolti e avvolti da un alone di inspiegabilità.

Il passato è come un buco nero; se ti avvicini troppo cadi e scompari” dice la protagonista, e sembra proprio che la stessa regia sia influenzata da tale rischio; poche le volte in cui si entra nella psicologia di Lisbeth, raschiando il fondo di un passato tremendo e pericoloso. Alvarez è come dominato dalla paura di perdersi nel buco nero della psicologia da cui non riuscirà a uscire. Si desume da ciò una mancanza di autorialità e sicurezza narrativa capace di lasciare il proprio segno in questo nuovo capitolo cinematografica. A risentirne non è solo l’intreccio, costellato di buchi neri, ma anche la performance di Claire Foy alquanto ingabbiata in uno schematismo prevedibile che non le permette di dimostrare le sue innate qualità interpretative (si pensi solo alle sue strabilianti performance in The Crown o nel prossimo First Man di Damien Chazelle). Una prigionia limitante allusa involontariamente dal sacco nero che la ingloba verso la fine del film, e così rassomigliante alla sostanza scura che compare in Under the Skin.

Lo scorrere degli eventi segue un rettilineo temporale disturbato da continue buche che lo fanno saltare per pochi, essenziali attimi. E così l’opposizione diametrale tra sorelle (una bionda l’altra mora, una vestita con colori sgargiante l’altra di nero) non viene mai analizzata come dovrebbe, lasciando che i personaggi facciano la propria comparsa come ritratti appena abbozzati e mai compiuti. Con Quello che non uccide non si trattiene mai il respiro, non si esulta mai dinnanzi ai successi dell’angelo della morte di Lisbeth. Ci si limita a guardare, a essere intrattenuti e nulla più. A rimanere impigliata nella tela del ragno è solo la protagonista del film, mentre il pubblico vaga nella confusione più totale.

5
  • Voto
    5
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FeaturedRecensioni
Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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