Song to Song

La recensione della nuova opera firmata Terrence Malick, con Rooney Mara, Ryan Gosling, Michael Fassbender e Natalie Portman
song to song

Siamo alle solite, Terrence Malick. Difficile per noi rimanere indifferenti davanti alle sue opere, difficile per lui mettere mano a qualcosa che venga amato o semplicemente odiato. Il cinema dello schivo autore statunitense è proprio come un Caravaggio: o è un sì o è un no, le mezze misure lasciamole ai blockbuster.

Dopo il titanico progetto di Voyage of Time, Malick torna sullo schermo con Song to Song, partorito da una gestazione lunga 6 anni. Lo stile del regista è inconfondibile e rimangono vaghi i tentativi di entrare in sala aspettandosi qualcosa di diverso. Piani di sbieco, inquadrature grandangolari e utilizzo del controluce tornano a farla da padrone, in una maniera che avvicina il film molto più a The Tree of Life che al flop Knight of Cups. Ma le similitudini con l’opera vincitrice a Cannes nel 2011 finiscono qui.

Song to Song è infatti privo di qualsiasi spunto morale e di riflessione, un estenuante saggio sulla supremazia dell’estetica a discapito del contenuto. Due triangoli amorosi (o forse tre, o forse quattro) che si intersecano nella scena musicale di Austin, Texas. I volti principali sono tre, giovani belli e dannati: Rooney Mara – contesa, e quanto le piace – tra il produttore stronzo Michael Fassbender e l’aspirante musicista (La La Land, sei tu?) Ryan Gosling. Tra questi, ecco spuntare la depressa Natalie Portman e un’androgina Cate Blanchett. L’originalità dell’operazione risiede nel fatto che la linea temporale è scandita da un flusso degli eventi scoordinato e a tratti ostico, che non permette di capire da subito quando e dove siano successi i vari altarini. Rimaniamo immobili, in balia delle onde, degli invasivi primi piani ai protagonisti. Con le loro fragilità e i loro dubbi. Chi amo? Di chi mi fido? A nessuno l’ardua sentenza. Non c’è trama, non c’è un climax. Ma la domanda, a questo punto, è: dov’è la musica? Solo un pretesto per unire i personaggi nell’eterna lotta tra l’amore e il sesso. Una lotta fatta ad immagini che odora più di uno spot di Hugo Boss che di un capolavoro in celluloide.

Come in ogni opera di Malick, la recitazione è naturale, vera e da applausi. Su tutti, la breve apparizione di Natalie Portman che, benché fugace, dimostra di essere l’unica con una certa tridimensionalità e con moventi ben precisi. Ok, ma gli altri dove vogliono andare a parare? Domande su domande quelle di Song to Song, domande alle quali nemmeno il regista sa dare una risposta. Il problema è che togliendo linearità al racconto, i protagonisti vengono privati di una qualsivoglia forma di empatia e il risultato è giudicarli parecchio insopportabili.

Insomma, un film non per tutti, ma per chi ha la corazza di ferro. Sia del cuore che della pazienza. Ma Malick questo è.

Song to Song
5
Song to Song
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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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