Sono tornato

La recensione del nuovo film di Luca Miniero, dal 1º febbraio al cinema
Sono tornato

È di nuovo fra noi. Sono tornato, dice, in voice-over. Hitler? No, Benito Mussolini. Sì, è il remake del tedesco Lui è tornato, che era a sua volta l’adattamento di un romanzo. A dirigerlo è Luca Miniero, che con un altro remake (del francese Giù al nord) aveva incassato, nel 2010, 30 milioni di euro. In sceneggiatura, assieme a lui, c’è Nicola Guaglianone. A interpretare il Duce è Massimo Popolizio, attore di cinema (per Sorrentino e non solo) e soprattutto di teatro; ad accompagnarlo, nella missione di riconquistare l’Italia, il giovane Andrea Canaletti, ovverosia Frank Matano.

L’high-concept del film (tanto di questo quanto dell’originale) è semplice: cosa succederebbe se il temibile dittatore si risvegliasse ai giorni nostri? Come reagirebbe ai cambiamenti occorsi nella società nell’arco di quasi un secolo? Come reagirebbero gli altri? Sono tornato si concentra soprattutto su quest’ultimo interrogativo. Sia lo sceneggiatore che il regista hanno dichiarato di essere stati affascinati dalle reazioni degli italiani alla visione del Duce che passeggiava per le varie città: il film si avvale infatti di diverse riprese in candid-camera. Molte interviste, quindi, sono vere.

L’interpretazione di Massimo Popolizio è solidissima. Matano tutto sommato regge, come sua controparte placida, morbida. C’è anche un’ottima Stefania Rocca e un inedito Gioele Dix.

I problemi del film investono la sfera ideologica ed etica. Proviamo ad andare con ordine. Innanzitutto, chiariamoci, non c’è apologia di fascismo: Guaglianone e Miniero non hanno certo realizzato un Cinegiornale Luce.

Se nell’originale tedesco veniva rimarcato in più occasioni il fatto che Hitler fosse un mostro, un criminale, Sono tornato affida il ricordo dei crimini del Duce a una scena in cui una giovane giornalista abbandona la riunione di redazione del “Mussolini Show” e a un’altra in cui un’anziana signora (l’adorabile Ariella Reggio) vomita il proprio disprezzo per Benito, ricordandogli l’abominio delle leggi razziali. Una bella scena, toccante. E qui si esaurisce la critica nei confronti del Duce.

Miniero l’aveva dichiarato anche nelle note di regia di Sono tornato: “Quando abbiamo riscritto il film abbiamo pensato soprattutto a una cosa: non giudicare, non rifare un nuovo processo a Mussolini. La storia lo ha già giudicato. Noi volevamo solo vedere come reagivano gli italiani di oggi, senza mischiare le carte, senza insegnare nulla o avvertirli del pericolo… e abbiamo scoperto tante cose.”

Qual è la reazione degli italiani nei confronti di Mussolini? Nostalgica, chiaramente. In un Paese allo sbando, l’uomo forte al potere esercita sempre quel fascino indiscreto, perverso. Ed è questo che il film mostra, e lo fa in maniera lucida, cinica, acida, corrosiva: un Paese ideologicamente fottuto, attaccato alla televisione e da essa avvelenato.

Il film è talmente amaro da mostrarci Mussolini conquistare i media e uscirne trionfante, acclamato dalle folle, mentre chi credeva fosse soltanto un comico (Canaletti) capisce di aver commesso  un grave errore nell’aiutarlo, ma ormai è troppo tardi, e dopo un gesto disperato viene portato via come folle. Amarissimo, nel solco della grande Commedia all’italiana.

E si può infine tornare ai problemi ideologici di Sono tornato. Oggi, nel pieno di una campagna elettorale fiacca e demotivata, mentre i partiti di destra e di estrema destra stanno pian piano risalendo la china, ce lo possiamo permettere un film del genere? È il film perfetto per questo periodo storico, ma anche no. Visto e considerato che una parte degli spettatori del film sarà composta proprio da quegli italiani nostalgici, che hanno dimenticato, non conoscono o distorcono il passato, è davvero necessario mostrare loro un Duce potentissimo, praticamente mai messo in discussione?

C’è una scena in cui il Duce cerca su internet la foto di Claretta Petacci, e quando la trova si ammorbidisce: era la donna che amava, dice, “è morta a causa mia”. Quasi commovente, per un attimo quasi si empatizza ma poi ci si risveglia: aspetta, empatizzare con Mussolini? In un’altra scena c’è la visita alla sede di un partito di estrema destra, e Mussolini a un certo punto rimprovera i militanti di essere “troppo morbidi coi negri”.

Ripetiamo quanto detto due paragrafi fa, come si dovrebbe fare con la Storia.

Oggi, nel pieno di una campagna elettorale fiacca e demotivata, mentre i partiti di destra e di estrema destra stanno pian piano risalendo la china, ce lo possiamo permettere un film del genere? Visto e considerato che una parte degli spettatori del film sarà composta proprio da quegli italiani nostalgici, che hanno dimenticato, non conoscono o distorcono il passato, è davvero necessario mostrare loro un Duce potentissimo, praticamente mai messo in discussione?

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Emanuele Paglialonga

Classe 1995, autore e sceneggiatore. Mi raccomando con questa cosa del cinema.
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